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Una testimonianza dall’Afghanistan

A due settimane dalla caduta di Kabul, la testimonianza di una ex operatrice della Casa, oggi impegnata in Afghanistan.

Da ormai due settimane, leggiamo quotidianamente le drammatiche notizie che arrivano dall’Afghanistan.

Per avere uno sguardo più preciso su questa situazione, abbiamo contattato Federica C., che nel biennio 2015-2016 ha collaborato con la Casa della Carità – al Centro Studi SOUQ e allo sportello di tutela legale della Fondazione – e oggi lavora per una ONG impegnata in Afghanistan, dove lei stessa si è recata più volte negli anni scorsi.

Federica, ci racconti la tua esperienza in Afghanistan?

Sono stata in Afghanistan diverse volte, per periodi più o meno lunghi, per un totale di due anni. Ho collaborato principalmente con attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani e mi sono occupata di progetti per i diritti delle donne. 

Com’è la situazione, a circa due settimane dalla caduta di Kabul?

Adesso siamo in una fase di assestamento, di transizione, con ancora qualche presenza di militari e sparute rappresentanze diplomatiche internazionali. Quello che le diverse organizzazioni stanno facendo ora è attivare tutti i canali possibili per far rientrare quante più persone si riesce.

E per il futuro dell’Afghanistan, cosa ci si aspetta?

Non è chiaro cosa succederà dopo il 31 agosto, quando le forze occidentali lasceranno definitivamente il Paese. I talebani, come tutti sappiamo, hanno fatto dichiarazioni di aperture, ma non ci crede nessuno. Da una parte infatti, gli afghani sanno con chi hanno a che fare: se in occidente si è parlato tanto di talebani tra il 1996 e il 2001, quando erano al potere, loro li hanno vissuti anche in questi ultimi 20 anni, durante i quali hanno continuato a fare attentati provando a riconquistare terreno. Dall’altra, la sensazione è che i talebani non vogliano fare gli stessi errori del passato, cercando riconoscimento politico e legittimazione per non essere messi subito all’angolo.

Che notizie hai dai tuoi colleghi ed ex colleghi che vivono e lavorano in Afghanistan?

Sono tutti molto preoccupati. C’è chi ha distrutto documenti, contratti di lavoro, volantini, perché non vogliono lasciare tracce che possano metterli in pericolo. E poi c’è tanta paura, perché i talebani stanno andando casa per casa e diverse persone sono già sparite e quindi c’è chi chiede aiuto per lasciare il paese.
Ma c’è anche chi, e sono soprattutto attiviste donne, ha deciso di restare, perché non vogliono che si spengano le voci di dissenso e perché vogliono che continui ad arrivare alle generazioni più giovani un messaggio di empowerment della donna e non di oppressione.

In tanti si chiedono che cosa può fare ognuno di noi in questa situazione…

Per prima cosa si può continuare a restare informati, perché adesso l’attenzione dei media è alta, ma cosa succederà tra un po’ quando i riflettori si spegneranno, ci si dimenticherà di nuovo dell’Afghanistan per i prossimi 20 anni? E poi si possono sostenere le organizzazioni che hanno deciso di restare per continuare il proprio intervento umanitario. Un altro modo per supportare queste persone è anche far sentire la propria voce affinché i governi riconoscano la necessità di accogliere e non respingere chi chiede asilo. Più a lungo termine, ci si può attivare per l’accoglienza di chi scappa, non solo nel senso di dare un tetto, ma anche nell’offrire sostegno legale per i documenti, nell’insegnamento dell’italiano ecc.

[L’immagine di apertura è di Ansa/Epa – Ministero della Difesa spagnolo]


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