A partire dal 14 settembre, la Fondazione coordina un progetto di accoglienza profughi afghani. Donne, bambini e uomini che sono stati evacuati dal Paese dopo che i talebani sono tornati al potere

Sono al momento 15 i profughi afghani (5 donne, 4 uomini, 2 adolescenti e 4 minori), su 50 posti messi a disposizione, ospitati dal progetto di accoglienza coordinato dalla Casa della Carità e realizzato in collaborazione con Proges Cooperativa Sociale Servizi alla Persona e CasAmica Onlus, che hanno messo a disposizione alcuni appartamenti sul territorio di Milano, e in accordo con la Prefettura di Milano.

Si tratta di 4 nuclei familiari e una donna sola, che sono ospitati in appartamenti e altri spazi di accoglienza messi a disposizione dalle tre realtà milanesi e che sono seguiti e affiancati dagli operatori della Casa della Carità, tra cui educatori ed educatrici, personale medico, psichiatrico e legale, insieme a mediatori culturali.

Perché lo facciamo


«Chi ce lo fa fare? È la domanda che spesso ritorna in queste situazioni. E ancora una volta la risposta è: non lo facciamo per bontà, ma per la responsabilità che sentiamo, di offrire a chi arriva un’accoglienza dignitosa e di qualità, non di stampo assistenzialistico, ma che inneschi una relazione di reciprocità e percorsi futuri di autonomia, inclusione e cittadinanza».

Leggi la riflessione di don Virginio, che spiega come mai, ancora una volta,
la Casa della Carità ha scelto di “stare nel mezzo”.

Accogliamo chi arriva, ma pensiamo anche agli altri

Partecipando a questa accoglienza, la Casa della Carità non vuole dimenticare gli “altri afghani”, cioè chi non ha potuto lasciare il paese, ma anche tutti coloro che fuggono da guerre, fame, carestie, epidemie e che magari sono bloccati in Libia, rischiano la vita per attraversare il Mediterraneo o sono bloccati lungo la rotta balcanica. A queste persone l’Italia e l’Europa devono offrire ospitalità e protezione.

Dobbiamo ripetere, ancora più forte, a sempre più persone, che le migrazioni sono un fenomeno strutturale al quale non possiamo più permetterci di dare risposte emergenziali.