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Il senso delle pene – di Lucia Castellano

Il senso delle pene – di Lucia Castellano

Direttrice Generale per l’Esecuzione Penale Esterna e di messa alla prova presso il Ministero della Giustizia

Premessa

Dal mio primo giorno di lavoro in carcere, il 24 giugno 1991, mi sono domandata il senso di una pena inflitta umiliando chi il carcere lo subiva, ma anche chi vi lavorava. Mi sono chiesta a cosa servissero il ritmo ossessivo e sempre uguale delle giornate e le regole imposte e spesso prive di senso. Mi sembrava che il muro di cinta fosse innalzato per impedire alla logica di entrare, piuttosto che ai detenuti di uscire, come sosteneva un mio collega intelligente e arguto.

Quello che mi colpiva del mondo in cui ero entrata era la difformità, che mi sembrava quasi voluta e che poi ho imparato a comprendere con il tempo, tra l’obiettivo sancito dalla Costituzione (la tensione alla rieducazione, al reinserimento, all’inclusione) e l’organizzazione dell’istituzione, basata sull’imposizione di regole stringenti, sull’eterodirezione della vita dei reclusi, sulla spoliazione dell’identità personale. Immaginate di lavorare in un ospedale che invece di curare ammala i pazienti, in una scuola che invece di insegnare lascia gli alunni nell’ignoranza. Ecco, mi sembrava di governare in un luogo che piuttosto che provare a inserire gli abitanti nel contesto sociale li restituiva, al termine della pena, uguali, se non peggiori di quando erano entrati

Sono passati 30 anni e la questione rimane lì, irrisolta; tentativi di rendere la vita interna conforme alla Costituzione ne sono stati fatti… e se ne fanno tuttora. Eppure, il nostro Paese ha un tasso di carcerazione non molto elevato rispetto ad altri Paesi dell’Unione Europea e molto inferiore, ad esempio, agli Stati Uniti. Sono 53.9301 i detenuti oggi presenti, distribuiti in 181 Istituti penitenziari. Un numero contenuto con cui sarebbe possibile lavorare in senso conforme alla Costituzione.  

La questione carceraria è da sempre all’attenzione dell’opinione pubblica e dei media, se ne parla, ci si scandalizza, ogni tanto accadono eventi tragici che ci indignano, si cercano rimedi, ma non se ne viene a capo, mai.

Dal mio osservatorio trentennale registro che lo scorrere del tempo ha portato negli istituti di pena quei miglioramenti della qualità della vita connaturati al progresso, che facilita la vita di tutti i consociati, liberi o meno. Ma non si è stati capaci di ribaltare l’ingiustizia e l’oppressione istituzionale, nonché la fondamentale inutilità del sistema carcere rispetto all’obiettivo rieducativo.

E, ancora, non si è riusciti a superare quella dimensione di “detenzione sociale” che rende il carcere pieno di abitanti il cui problema è la marginalità sociale, ancor prima della pericolosità. Nel frattempo, viene salutato con soddisfazione l’aumento esponenziale, negli anni, delle pene scontate sul territorio e delle misure cosiddette “di comunità”, dovuto a un susseguirsi di norme che ne hanno valorizzato e potenziato l’applicazione.

Ma il problema è che questo aumento non comporta, come dovrebbe, una parallela diminuzione del numero di detenuti. I due sistemi, del “prison” e del “probaton” continuano ad aumentare, il che significa, banalmente, che aumenta il controllo penale, intra ed extra moenia, anche sul territorio. Per funzionare, il sistema dovrebbe avere un andamento uguale e contrario: aumenta il “probation”, diminuisce il “prison”. Cosi non è, purtroppo, come ben rappresentato nel grafico. 

AnnoDETENUTI PRESENTIMISURE DI COMUNITÀ
IN ESECUZIONE PENALE ESTERNA
201552.16439.274
201654.65343.626
201757.60848.385
201859.65554.933
201960.76960.372
202053.36460.204
30/09/202153.93067.417

1 – Dato al 30 settembre 2021

Il carcere e l’utopia di una pena precisa

La privazione della libertà deve abbandonare ogni sofferenza aggiuntiva e costituirsi come luogo di semplice espiazione. La vessazione introduce un elemento incommensurabile al reato ed è contraria al rispetto dei diritti dell’individuo e all’esigenza di proporzionalità tra reato commesso e pena.

Gianfranco Mormino, “Durkheim e l’utopia di una pena precisa”

Ho sempre pensato che occorra partire, da questo assunto, apparentemente semplice: il carcere consiste nella mera privazione della libertà. La pena, banalmente, significa non poter uscire dal quel portone (in realtà tale condizione non è affatto banale, come sappiamo). Piuttosto che elaborare teorie emendative o strutturare percorsi – finalizzati alla rieducazione, mentre la quotidianità si consuma nella più completa spoliazione di ogni elementare diritto – sarebbe utile costruire una pena che sia costituita dalla sola mancanza di libertà, lasciando intatti i diritti, ancorché limitati, all’organizzazione del proprio tempo e dei propri spazi di vita, al movimento all’interno delle mura, alla privacy, all’affettività, allo studio, lavoro ecc… Si potrebbe eliminare l’afflittività che gratuitamente viene profusa a piene mani, attraverso l’organizzazione della vita scandita da ritmi ossessivi: sveglia, doccia, passeggio, ozio, passeggio, ozio, chiusura delle stanze alle ore 16 e ancora ozio fino alla mattina seguente, tanto per citare la “giornata tipo” di un recluso, oggi, in Italia.

Se guardo ai miei decenni di lavoro all’interno del sistema penitenziario mi rendo conto di quanto poco basterebbe per rendere il carcere non solo l’ultima delle risposte punitive, ma un luogo dove si esercita la legalità, pur nella privazione della libertà. In fondo, non è questo che prescrive la Costituzione, all’art 27?  “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Mi soffermerei sulla prima parte del disposto, che contiene in se quel concetto di istituzione come servizio piuttosto che come esercizio di un potere assoluto sufficiente, a mio avviso, a dare senso alla pena. Ma c’è anche un altro articolo, il 2, che recita “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Chi ha detto che il carcere non possa essere un luogo di formazione sociale? Stando alla Costituzione deve esserlo, posto che è il luogo della rieducazione.

Pensiamoci: perdere la libertà è la più grave dopo la perdita della vita. Perdere anche il proprio tempo il proprio spazio e la dignità personale non è scritto in alcuna sentenza di condanna. La pena è il muro di cinta, da cui non si può uscire, ma al cui interno si può vivere dignitosamente. C’è bisogno, dunque, che l’istituzione faccia una poderosa marcia indietro nell’organizzazione capillare della vita all’interno della città fortificata, a favore dei suoi abitanti. Si tratta di cedere sovranità, e di concepirsi, lo ripeto, come un servizio pubblico. 

Possiamo parlare di cittadinanza attiva, anche all’interno di un carcere e questo approccio giova anche a chi, all’interno, lavora. Il senso della giornata di un operatore penitenziario, in divisa o meno, non diventa solo la garanzia della sicurezza e dello scongiurare i cosiddetti “eventi critici” ma anche, e direi soprattutto, il contributo alla costruzione della vita all’interno di una cittadella fortificata, ma le cui giornate hanno senso, come quelle di tutti i cittadini liberi. 

Con questo progressivo cambio di passo nell’organizzazione accade che gli ospiti del carcere, allentatasi la morsa dell’oppressione dell’istituzione totale, smettono di sentirsi vittime di un sistema e di difendersi e prendono contatto con una vita limitata ma comunque piena di opportunità da prendere in considerazione. E soprattutto prendono su di se la responsabilità di luoghi, tempi, relazioni umane.

Io credo che la responsabilità sia uno straordinario strumento per entrare in contatto con se stessi, con il proprio passato e il reato commesso. La colpa vittimizza e annienta, la responsabilità rende coscienti e prepara alla libertà. La detenzione conforme alla Costituzione colloca le persone in carne e ossa al centro della scena.

Sui 181 istituti di pena italiani questo tipo di organizzazione sarebbe possibile, senza difficoltà, nelle case di reclusione, abitate da persone condannate in via definitiva a trascorrere periodi più o meno lunghi all’interno della cittadella fortificata. 

Mi chiedo perché non sia possibile realizzare, almeno in queste situazioni “l’utopia di una pena precisa”. Forse perché, anche nell’organizzazione della vita intramuraria, abbiamo a che fare con l’inconscio desiderio di vendetta, da parte dei consociati, che il carcere, almeno in parte, soddisfa.  

A noi che siamo fuori, probabilmente, non basta che i condannati non siano liberi. Chiediamo che stiano anche “un po’ più male” dei liberi, che le loro giornate si consumino “marcendo”. Perché ci hanno fatto del male ed è giusto che stiano male. Ho cercato, nei miei anni al governo degli istituti di pena, di eliminare questa afflittività aggiuntiva perché restasse “solo” la mancanza di libertà. Perché questa è la pena e, soprattutto, perché la pena sia utile o, quantomeno, non dannosa. Perché se si esce peggiori è peggio per tutti, reclusi e liberi, buoni e cattivi.

Un dato è chiaro e dimostrabile: un carcere che responsabilizzi, allenti la morsa del controllo totale e riconosca ai propri ospiti la responsabilità dell’organizzazione è un luogo che favorisce il contatto con se stessi, anche con l’ombra inquietante del reato commesso. E insegna che la convivenza è difficile, esattamente come lo è fuori. Si dice “sono finito in carcere” in realtà il carcere è un luogo da cui si ricomincia. Dopo la sentenza deve cominciare un’altra storia, diceva il cardinal Martini. 

Ricominciare, quindi. Piano piano, ricostruire la propria autonomia esistenziale, organizzando le proprie giornate, non più eterodiretti. Il portone metaforicamente si apre, con la partecipazione attiva del detenuto: un permesso, il lavoro all’esterno, la semilibertà… la libertà definitiva. Un percorso di consapevolezza delle proprie risorse e delle difficoltà della vita, accompagnato dagli operatori. 

Il Probation

Carcere come un pezzo della città, si diceva: un quartiere fortificato da cui non si può uscire ma che si conserva pulsante di vita, lavoro, cultura e affettività. Ma soprattutto, carcere come ultima spiaggia, riservato solo alle pene più severe. 

Il nostro ordinamento, infatti, e anche le attuali prospettive di riforma, puntano sullo sviluppo di un altro tipo di risposta punitiva che resta sullo sfondo, che è meno raccontato. È ilprobation”. La legge italiana prevede (con qualche eccezione) che la pena, se la condanna non superi i quattro anni, sia costruita all’interno del contesto sociale. Sono 67.4172 le persone che pagano per il reato commesso fuori dal carcere, in contatto con il mondo dei liberi, contro i 53.930 detenuti.  La pena scontata sul territorio, purtroppo, oggi  è ancora sistematicamente scambiata per libertà, denegata giustizia, ingiustizia, depenalizzazione.

Le giornate dei condannati all’esterno del carcere sono costituite dal rispetto di regole, naturalmente, dall’obbligo di lavorare, dal volontariato, dal dovere di risarcire le vittime. Non esiste più l’esclusione dal contesto sociale, l’isolamento, ma resta la pena. L’organizzazione e il coordinamento di questo sistema a livello nazionale è il mio nuovo lavoro: Direttrice Generale dell’esecuzione penale esterna e di messa alla prova.

Gli uffici di probation sul territorio sono 72, dislocati in modo capillare lungo tutto il territorio nazionale. 

Il condannato, preso in carico dall’ufficio, segue un programma ritagliato sul tipo di reato commesso e sulla storia personale di ciascuno. È una pena che non omologa, non annulla l’identità, ma potenzia le responsabilità individuali

Il percorso di responsabilizzazione progressiva, cominciato in carcere o dalla libertà, trova il suo compimento sul territorio. Un carcere che annienta non può essere terreno di coltura per ritrovare la responsabilità delle proprie azioni e la consapevolezza delle proprie scelte eppure, quando si chiede “certezza della pena“ si pensa per lo più alla certezza del carcere. Fino all’ultimo giorno.  

La persona che sconta la pena fuori dal carcere prende in mano la propria vita e la propria condanna. È responsabile del percorso sanzionatorio che avvia, sotto la guida degli uffici di probation. È in contatto con se stesso, scommette, insieme agli operatori, sulla costruzione di un futuro nella legalità

Ma c’è di più: dal 2014, gli adulti imputati per reati non gravi (massimo 4 anni di pena), non ancora processati, possono chiedere al giudice di essere messi alla prova. Il processo viene sospeso e la persona s’impegna a lavorare, gratuitamente, per una giusta causa, a riparare il danno causato alle vittime, ad azioni di volontariato. Se la prova va a buon fine, il reato si estingue. 

L’imputato rimane inserito all’interno della comunità nella sua parte migliore. 23.551 persone in Italia, oggi, lavorano gratuitamente nei Comuni, nei servizi di biblioteca, scolastici, per le Regioni. O ancora, con enti che abbiano una mission di alto valore sociale. Ad esempio, Legambiente, la Croce Rossa, la Caritas, il FAI, l’Ente Protezione Animali, la stessa Casa della Carità… ospitano imputati che si impegnano per il bene comune, riparando cosi alla lesione del patto sociale di cui sono accusati. 

Il contatto con l’Italia che si impegna per costruire una vita migliore è benefico per gli imputati e per i consociati. Spesso riusciamo a fare di più: incrociamo il reato con il lavoro proposto. Chi è imputato per violazione del codice della strada si trova a lavorare per le associazioni delle vittime degli incidenti stradali, chi ha commesso reati ambientali lavora per Legambiente e così di seguito. Il contatto è profondo, sensato. Non può che produrre  responsabilità. L’esatto contrario della pena in carcere. Tante persone, terminato il periodo di “messa al lavoro” rimangono nelle organizzazioni come volontari. Straordinari esempi di civiltà della pena.


2 – Dato al 30 settembre 2021

La giustizia riparativa e la mediazione penale

Si possono trascorrere decenni e decenni di reclusione senza mettere a tema la questione della responsabilità verso l’altro che prende forma quando i rei incontrano i volti delle loro vittime

Il libro dell’incontro

Una pena vissuta in contatto con se stessi permette di aggiungere un altro tassello importante nel percorso di sutura della lesione al patto sociale: il contatto con la vittima. Se lo vogliono, vittime e autori di reato si incontrano.

La mediazione offre un luogo e un tempo per superare insieme, al di là dei ruoli processuali, le conseguenze del reato: per le vittime il peso è quello della ferita. Per gli autori è quello di un passato con cui occorre fare i conti. 

Alla mediazione non interessa né la punizione né il perdono, ma le conseguenze lasciate dal reato. 

L’obiettivo è la ricomposizione della lacerazione, che nessuna sentenza di condanna realizza.

Ma il contatto con l’altro, la riparazione vera, nasce dal contatto con se stessi, è figlio di un percorso di responsabilità. Non può avvenire se la pena opprime, esclude, annienta.  È attraverso il volto dell’uno e dell’altro che colpevoli e vittime entrano in contatto con la ferita creata e subita. E questo contatto profondo può, con l’aiuto di un terzo, ricucire, recuperare, ristorare profondamente le reciproche esistenze. 

Agnese Moro, dopo un percorso di “restorative justice” durato sette anni con i terroristi assassini di suo padre, ha detto «adesso penso a mio padre con tenerezza e senza rimpianti».

Conclusioni

La risposta alla commissione del reato può essere gestita, come ho cercato di raccontare, in modo diverso e il legislatore ci offre un ampio ventaglio di possibilità di scelta, in modo che si possa costruire la pena considerando la storia personale del reo, non solo, ma anche la prospettiva che entri in relazione con la vittima.

Qualsiasi forma di punizione ha, nel nostro Paese, un unico obiettivo: abbattere la recidiva e rafforzare la sicurezza sociale. Ecco, io sono convinta che la pena efficace sia quella che lascia integra la dignità dell’uomo, punta al recupero della responsabilità e permette al condannato di restare in contatto con se stesso e, salvo casi gravissimi, con la comunità dei liberi.

Questa è la strada migliore, che la Costituzione e le leggi ci indicano con forza, per abbattere la recidiva e costruire sicurezza sociale. 

[Nell’immagine in apertura: una delle attività di volontariato svolte da detenuti ed ex detenuti del Carcere di Bollate alla Casa della Carità]


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