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Detenuti e diritti – di Patrizio Gonnella

Detenuti e diritti – di Patrizio Gonnella

Giurista, presidente dell’Associazione Antigone Onlus

Era il 2014 quando papa Francesco rivolse un discorso sulla giustizia e sul carcere all’associazione internazionale degli studiosi di diritto penale sul carcere. Più che un discorso teologico quello del papa fu un vero e proprio trattato sociologico sulla pena. In esso la migliore tradizione culturale della criminologia critica si miscelava all’idea umanocentrica del primato della persona sullo Stato. La dignità umana viene elevata a limite invalicabile del potere punitivo. Il discorso del papa, dunque, ha offerto la possibilità di ridisegnare il sistema partendo dalla dignità umana e dai diritti ad essa sottesi.

La privazione della libertà personale è un ambito giuridico, fisico e simbolico all’interno del quale si pone la questione della dignità del corpo e della psiche olisticamente intesi. Le prigioni – e più in generale tutti i luoghi di privazione della libertà – sono il luogo dove più è possibile trovare esemplificazione nitida di cosa significhi violare la dignità umana. Un’esemplificazione che aiuta la successiva ricostruzione concettuale.

Più in generale, il diritto penale è un campo di indagine ove esplorare i confini semantici della dignità e individuare potenziali risposte a domande di carattere universale. Il diritto penale è l’ambito giuridico di esercizio della sovranità punitiva dello Stato ove si manifesta lo scontro duro tra la libertà dell’individuo e le prerogative del detentore del potere pubblico esercitate in nome della sicurezza, dell’ordine, e quindi della ragion di Stato. E papa Francesco si pone dalla parte della dignità della persona, sempre, a prescindere dal suo comportamento sociale e criminale. La dignità umana è una dotazione ontologica. Nessuno può comprimerla o annientarla. La dignità umana, ci ricorda papa Francesco, non si perde se si commette un reato. D’altronde alla stessa conclusione erano arrivati i padri del nostro illuminismo penale, a partire da Cesare Beccaria e dal suo famoso libretto “Dei delitti e delle pene”.

Nella dicotomia tra libertà individuale e sicurezza collettiva la chiave di risposta è data dalla dignità umana, quasi essa fosse l’ultimo – o il primo – muro giuridico invalicabile da parte dello Stato. Lo è diventato d’altronde dal 1948, anno della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, con sempre maggiore chiarezza e potenza argomentativa. La dignità umana è stata la risposta teoretica e normativa alla tragedia dell’Olocausto.

Non sono però solo norme e sentenze a “utilizzare” la dignità umana quale strumento ultimo di controllo delle prerogative dei detentori più o meno legittimi del potere di punire, ma sempre più intensamente e frequentemente anche la riflessione penologica, filosofico-giuridica e sociologica è attratta da studi e ragionamenti intorno alla dignità umana piuttosto che intorno alla funzione della pena, per molto tempo al centro di dibattiti forzosamente ideologizzati. Nel discorso di papa Francesco del 2014, e nelle parti dedicate al carcere presenti nella sua Enciclica “Fratelli tutti” del 3 ottobre del 2020, vi è traccia di tutto questo. La condizione di fraternità è quella che meglio si lega alla nozione antropologica della dignità umana come dotazione e con come prestazione connessa alla propria doverosità sociale. 

A partire dalla dignità umana è possibile entrare nel buio dello ius puniendi, e in particolare nel sistema legale, para-legale o illegale della tortura, crimine il cui bene protetto è per l’appunto la dignità umana. Ma è anche possibile svelare le ambiguità del paradosso carcerario. Il carcere nato per essere il luogo regolamentato della pena nello spazio e nel tempo da sottrarre allo sguardo pubblico si è progressivamente trasformato in macchina sregolata e illegale della punizione. È chiaro che il concetto di dignità umana e le conseguenze del porlo a fondamento del sistema giuridico positivo, non sono sufficienti a garantire un effettivo rispetto dei diritti delle persone detenute.

Da un lato, la sola enunciazione della dignità umana, seppur ai più alti livelli normativi interni e internazionali, non può garantire il sistema dei diritti nella loro effettività qualora tale proclamazione solenne non sia affiancata da elementi che esulano dalla sfera del puro diritto (stanziamenti di risorse, meccanismi di esigibilità dei diritti, strumenti e tecniche di tutela dei diritti, strutture di welfare funzionanti sul piano amministrativo e via dicendo). Dall’altro lato, l’organizzazione generale della società non si presenta come neutrale rispetto alla propria capacità di garantire i diritti di ciascuna categoria di individui. La migliore previsione normativa può scontrarsi con rapporti economici e sociali che impediscono a qualcuno di accedervi. Il solo fatto che alcune fasce sociali siano statisticamente più a rischio di incrociare il sistema penitenziario, e dunque di doversi servire dell’apparato di tutela dei diritti dei detenuti, induce a suggerire meccanismi concreti di protezione e promozione della dignità che prescindano da fattori di consapevolezza sociale.

In altri termini, una delle conseguenze del porre alla base del sistema dei diritti la nozione di dignità – come qui mostriamo in riferimento a un ambito particolare, ma come risulterebbe da qualsiasi altra analisi parallela – è il costringerci a guardare a un cambiamento di paradigma generale nel sistema delle relazioni all’interno della società. La società attorno deve guardare a un modello di minimizzazione della violenza nei rapporti sociali. La teoria della nonviolenza quale modello etico e politico profondo di costruzione dei rapporti tra persone e tra singolo e istituzioni si rivela la conseguenza più pervasiva della scelta di partire dalla dignità umana nel tentativo di rifondare il sistema altrimenti incompiuto dei diritti. 

Il detenuto non è un nemico

Un altro passo verso la compiutezza di una piena presa di coscienza dell’idea che il detenuto non è un nemico ma un fratello che ha commesso un errore (sempre che lo abbia commesso), è avvenuto lo scorso 10 aprile 2020, quando papa Francesco in pieno lockdown ha posto il carcere, con le sue profonde ingiustizie e le sue insanabili contraddizioni, al centro del globo televisivo. Detenuti, ex detenuti, figli di detenuti, genitori di detenuti, detenuti innocenti e colpevoli, vittime di detenuti, giudici di detenuti, custodi di detenuti hanno raccontato la pena della prigionia. Erano tutti protagonisti della comunità penitenziaria padovana ai quali è stato dato un megafono amplificato universalmente. Quel racconto a più voci, nella sola Italia, ha avuto circa otto milioni di telespettatori.

Una delle voci selezionate da papa Francesco ha così sussurrato ai fedeli la propria esperienza: «Come educatrice penitenziaria vedo entrare in carcere l’uomo privato di tutto: viene spogliato di ogni dignità a causa delle colpe commesse, di ogni rispetto nei confronti di sé e degli altri. Ogni giorno mi accorgo che la sua autonomia viene meno dietro le sbarre: ha bisogno di me anche per scrivere una lettera. Sono queste le creature sospese che mi vengono affidate: degli uomini inermi, esasperati nella loro fragilità, spesso privi del necessario per comprendere il male commesso. A tratti, però, assomigliano a dei bambini appena partoriti che possono ancora essere plasmati. Percepisco che la loro vita può ricominciare in un’altra direzione, voltando definitivamente le spalle al male. Le mie forze, però, si affievoliscono giorno dopo giorno. Essere un imbuto di rabbia, di dolore e di cattiverie covate, finisce con il logorare anche l’uomo e la donna più preparati. Ho scelto questo lavoro dopo che mia madre è stata ammazzata in un incidente frontale da un ragazzo in preda agli stupefacenti: a quel male ho deciso di rispondere da subito con il bene. Ma pur amando questo lavoro, talora fatico a trovare la forza per portarlo avanti. In questo servizio così delicato, abbiamo bisogno di non sentirci abbandonati, per poter sostenere le tante esistenze che ci sono affidate e che rischiano ogni giorno di naufragare». 

Prima di lei un detenuto in misura alternativa aveva raccontato la sua storia di ex criminale prigioniero per mafia: «Tante volte, nei tribunali e nei giornali, rimbomba quel grido: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. È un grido che ho sentito anche su di me: sono stato condannato, assieme a mio padre, alla pena dell’ergastolo. La mia crocifissione è iniziata quando ero bambino: se ci penso mi rivedo rannicchiato sul pulmino che mi portava a scuola, emarginato per la mia balbuzie, senza nessuna relazione. Ho iniziato a lavorare quando ero piccolo, senza poter studiare: l’ignoranza ha avuto la meglio sulla mia ingenuità. Il bullismo, poi, ha rubato sprazzi d’infanzia a quel bambino nato nella Calabria degli anni Settanta. Somiglio più a Barabba che a Cristo, eppure la condanna più feroce rimane quella della mia coscienza: di notte apro gli occhi e cerco disperatamente una luce che illumini la mia storia».

Come già papa Francesco aveva scritto nel discorso del 2014 prima citato, i giuristi hanno una missione che li deve portare a elevarsi ad argine contro il populismo penale e le sue vittime. Nel giorno del rito religioso e catartico della crocifissione di un innocente, papa Francesco va oltre la tradizione cattolica di tipo redentivo, e mette, in piena crisi pandemica e di libertà, al centro della piazza la dignità dell’uomo “cattivo”, che il carcere calpesta e mette continuamente a rischio. La dignità, così come Hannah Arendt e Stefano Rodotà hanno autorevolmente scritto, è il diritto ad avere diritti, il fondamento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali. La dignità umana, nella sua versione kantiana nonché negli scritti di Cesare Beccaria, è una dote irrinunciabile e incomprimibile: è la non degradazione della persona a cosa. Non è vincolata al proprio comportamento sociale ma è connessa in modo indissolubile all’essere persona in senso biologico e biografico.

Il carcere inevitabilmente fa male alla dignità delle persone. Di questo bisogna esserne consapevoli. E la lealtà intellettuale e morale di un qualsiasi educatore – da quello penitenziario al pontefice, passando per un professore universitario o per un maestro di scuola – non può ometterlo. Averlo voluto sommessamente ricordare all’immensa platea dei fedeli cattolici nel giorno della cerimonia tenutasi in una piazza san Pietro completamente vuota, ha un particolare valore, nel senso che mira alla costruzione di un’empatia, dei finora liberi verso gli ancora prigionieri, per troppo tempo andata persa.

È servito questo monito nel produrre il gioco dell’immedesimazione e nel ridurre la pressione securitaria che produce internamento di massa? Papa Francesco ci ha provato mostrando fedeltà a sé stesso e alle sue intuizioni e decisioni. Non ultima quella, quando con motu proprio, aveva deciso di abolire la pena dell’ergastolo dal codice penale vaticano e inserito nello stesso il delitto di tortura, definito nel pieno rispetto dei contenuti della Convenzione dell’Onu del 1984.

Quando papa Francesco parla alle masse in mondovisione o quando parla ai pochi esperti di diritto penale non modifica i contenuti della propria retorica, seppur preoccupandosi di essere un buon divulgatore semplificando il proprio linguaggio quando serve. Comunque si espone nel ruolo di pedagogo anti-populista, sapendo che il populismo penale produce carcerazione diffusa, ingiusta e classista e che questa a sua volta inevitabilmente è lesiva della dignità umana. Il principio della cautela in poenam dovrebbe indurre giudici e investigatori a essere più ragionevoli nell’inflizione della pena del carcere, che rischia di essere legittimata quale mero contenitore di sofferenze.

La tortura di tutti i giorni

Purtroppo, proprio nelle stesse ore in cui papa Francesco dava dignità ai detenuti durante la via Crucis nell’aprile del 2020, in alcune carceri italiane si consumavano episodi truci di tortura. La tortura è un reato che si consuma lentamente. Durante la tortura la persona prova paura, terrore. Terrorismo deriva da terrore. E terrore è quello che i migranti vivono nelle prigioni libiche, nelle quali gli organismi internazionali hanno provato esservi tortura sistematica, insieme a stupri e omicidi. Tortura è quella che hanno subito i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e che abbiamo potuto vedere grazie alle immagini della video-sorveglianza interna.

«Le torture ormai non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere un determinato fine, come la confessione o la delazione – pratiche caratteristiche della dottrina della sicurezza nazionale – ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena» (Papa Francesco).

Papa Francesco, con poche parole intrise di straordinaria forza argomentativa e indubitabile chiarezza, rimuove la tortura dai libri della storia della giustizia e la colloca dentro il presente tragico. Distingue tra la tortura giudiziaria, praticata per estorcere confessioni o indurre alla delazione, e la tortura quale esercizio ordinario del potere di punire. La tortura su cui maggiormente si sofferma papa Francesco non è quella che ha un fine investigativo ma la tortura di tutti i giorni, quella che non fa notizia, quella invisibile, data per scontata, accettata come se fosse normale condimento della sanzione legale. Quella che i migranti respinti dalle nostre coste potrebbero raccontare facendo impallidire il mondo dei benpensanti. La contemporaneità restituisce una casistica dolorosa delle torture possibili.

Papa Francesco con motu proprio dell’11 luglio del 2013 introdusse il delitto di tortura nell’ordinamento giuridico interno allo Stato del Vaticano fino ad allora quasi del tutto sovrapposto a quello italiano. Fu utilizzata la definizione presente all’articolo 1 della Convenzione Onu contro la Tortura ed altre Pene o Trattamenti Crudeli, Inumani o Degradanti. L’Italia solo nel 2017 ha introdotto il delitto di tortura nel codice penale, mentre cresceva in misura esponenziale il numero di reati puniti con il carcere. Sono circa 30 mila le fattispecie penali presenti nel nostro ordinamento. Ma per decenni non abbiamo inteso criminalizzare la tortura.

La tortura è dunque quel plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. La detenzione produce sofferenza. È di per sé un male. La tortura è un’ulteriore inflizione di dolore, oltre a quello oggettivamente prodotto dalla perdita o dalla limitazione della libertà. Nelle guerre, nelle deportazioni, nelle follie di regime, nei campi profughi, nei luoghi di confine, nelle carceri legali e illegali viene azzerata la dignità umana e la persona viene degradata a cosa. La tortura riduce la persona a oggetto.

La tortura è una delle forme di management della sovranità. La sovranità è il nemico da sconfiggere. Fino a quando la sovranità sarà erta a baluardo etico, filosofico e giuridico dello Stato moderno ci saranno sempre guerre. E ci sarà sempre la tortura. Perché la tortura si nutre dello stesso concime della guerra. Si nutre di sovranità. La sovranità è belligena nonché intrinsecamente violenta. Papa Francesco non si scaglia contro la tortura “eccezionale”, quella scenica, quella usata come strumento di repressione dalle dittature spietate o dai regimi militari o teocratici. Papa Francesco si preoccupa della tortura “ordinaria”, quella delle democrazie contemporanee, degli Stati liberali. Si preoccupa della tortura “di tutti i giorni”. 

La tortura è parte dello stesso campo semantico della violenza. Va rotto il circolo vizioso della violenza. Più nonviolenza uguale più dignità umana. Più dignità umana uguale meno ragion di Stato e meno sovranità. Meno sovranità uguale meno tortura.

Alcune letture 

  • Stefano Anastasia , Metamorfosi penitenziarie. Carcere, pena e mutamento sociale, Ediesse, 2013.
  • Igino Cappelli, Gli avanzi della giustizia, Editori Riuniti, 1988.
  • Antonio Cassese, Umano-disumano. Commissariati e prigioni nell’Europa di oggi, Laterza, 1994.
  • Pierre Clémenti, Pensieri dal carcere, Il Sirente, 1993
  • Giancarlo De Cataldo, Minima criminalia. Storie di carcerati e carcerieri, Manifestolibri, 2006.
  • Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi: storia del carcere in Italia. 1943-2007, Laterza, 2009.
  • Luigi Ferrajoli, Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale, Laterza, XXIV Edizione, 2009.
  • David Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, Il Saggiatore, 2004. 
  • Patrizio Gonnella, Carceri. I Confini della dignità, Jaca Book, 2014.
  • Patrizio Gonnella, Dario Ippolito (a cura di), Bisogna aver visto. Il carcere nella riflessione degli antifascisti, Edizioni dell’Asino, 2019. 
  • Patrizio Gonnella, Marco Ruotolo (a cura di), Carceri e giustizia secondo papa Francesco, Jaca Book, 2016. 
  • James Hirsch S., Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter, Feltrinelli, 2010. 
  • Ignatieff M. (1982), Le origini del sistema penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese (1750-1850), Mondadori, Milano.
  • Melossi D., Pavarini M,(2018) Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, Il Mulino, Bologna. 
  • Rod Morgan e Malcolm D. Evans, Protecting prisoners, Oxford University Press, 1999.
  • Guido Neppi Modona, Carcere e società civile in Storia d’Italia, Einaudi, 1973.
  • Antonio Papisca, Il diritto della dignità umana, Marsilio, 2010.
  • Giuliano Pontara, Antigone o Creonte. Etica e politica. Violenza e nonviolenza, Edizioni dell’Asino, 2011.
  • Marco Ruotolo, Diritti dei detenuti e Costituzione, Giappichelli, 2002.
  • Marco Ruotolo, Dignità e carcere, Editoriale Scientifica, 2014

[L’immagine in apertura è di Roberto Monaldo, Lapresse]


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