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Società di lettura 2021, un’edizione particolare

Dopo che l’edizione 2020 è saltata causa Covid, nel 2021 la Società di lettura è ripartita, anche se ha dovuto reinventarsi.

Permettere l’incontro tra ragazzi e ragazze che vivono nella stessa città, ma che non avrebbero altre occasioni per conoscersi, perché appartengono a mondi diversi che raramente vengono in contatto tra loro. E magari far sì che certi stereotipi si rompano, o almeno si possano incrinare un po’.

Con questo obiettivo, da 13 anni, la Biblioteca del Confine della Casa della Carità insieme al Liceo scientifico “Alessandro Volta” di Milano e, dal 2015, con la Casa Circondariale di San Vittore porta avanti la “Società di lettura”, un progetto che fa sedere allo stesso tavolo i minori stranieri non accompagnati accolti dalla Fondazione, studenti e studentesse del liceo Volta e alcuni giovani detenuti del carcere di San Vittore.

Ognuno nel proprio gruppo e poi insieme, i ragazzi leggono un libro, lo analizzano, fanno emergere le tematiche che più sentono vicine al loro essere. Successivamente, nel corso di un incontro pubblico, presentano le loro riflessioni all’autore/autrice del libro.

La Società di lettura si reinventa

Dopo che l’edizione 2020 è saltata a causa del Covid, nel 2021 la Società di lettura è ripartita, anche se ha dovuto reinventarsi.

Ne abbiamo parlato con Cecilia Trotto, responsabile della Biblioteca del Confine, Antonella Minetto, volontaria del Gruppo Carcere Mario Cuminetti, che da sempre collabora con l’iniziativa, e suor Alessandra Pezzi, insegnante del carcere di San Vittore, alla sua prima esperienza con la Società di lettura.

Che edizione è stata questa della Società di lettura 2021?

CECILIA: Nonostante tutto, è stata una bella esperienza che, soprattutto per i detenuti, ha alleggerito un periodo decisamente pesante. Inoltre l’idea di lavorare su una graphic novel (“Io non sono islam”, della giornalista Benedetta Argenteri illustrato da Sara Gironi Carnevale, ndr) è piaciuta, perché abbiamo potuto affrontare contenuti complessi con un linguaggio comprensibile anche a chi aveva difficoltà con l’italiano.

Uno degli incontri della Società di lettura a San Vittore

Come è stato organizzato il progetto nel contesto della pandemia?

C.: L’organizzazione è stata molto complicata, a partire dal fatto che non sapevamo se saremmo riusciti a partire. Solitamente, infatti, il progetto si svolgeva con il reparto dei giovani-adulti, ma quest’anno non sarebbe stato possibile, perché lì non c’è la strumentazione per poter lavorare da remoto. Siamo così stati dirottati al terzo reparto, dove è possibile lavorare in modalità “DAD” grazie alla presenza della scuola interna al carcere.

ANTONELLA: La notizia che la Società di lettura sarebbe potuta partire ha creato molta gioia, ma anche un po’ di preoccupazione. Normalmente, infatti, il progetto era realizzato con detenuti che già conoscevamo grazie ad altre attività. E lo stesso valeva per gli studenti, che incontravamo di persona prima dell’avvio. Ma questa volta nessuno conosceva nessuno, e questo ci spaventava, come anche la difficoltà di organizzare incontri con tante persone in DAD e il fatto che il terzo reparto ospita anche adulti, mentre la Società di lettura, proprio perché vi partecipano liceali e giovani migranti, non poteva funzionare con persone più grandi.

E invece?

A.: E invece come spesso accade, le situazioni complicate diventano invece possibili da realizzare: è arrivata suor Alessandra, che è riuscita mettere insieme ragazzi dai 18 ai 25 anni, diventando il “collante” tra chi stava dentro e chi fuori dal carcere. Ed è nato uno dei gruppi più motivati, più presenti, più energici e propositivi di questa esperienza.

Per lei, suor Alessandra, era la prima partecipazione alla Società di lettura. Com’è andata?

La serata finale dell’edizione 2019 della Società di lettura

SUOR ALESSANDRA: io insegno, quindi il progetto mi aveva da subito incuriosita. E credo molto in esperienze di questo genere, nella possibilità per i ragazzi di fare gruppo e di confrontarsi su temi che non siano la detenzione o il loro reato, come invece accade nella loro quotidianità. Per questo, quando don Roberto (don Roberto Mozzi, cappellano di San Vittore, ndr) me l’ha proposto, ho accettato subito.

E anche per i ristretti del Terzo reparto era là prima esperienza del genere…

S.A.: Sì e per loro è stata davvero una bella opportunità, perché a differenza del reparto dei giovani-adulti hanno meno occasioni di confronto con altre persone. Inoltre per i detenuti è stato un anno durissimo e questo progetto è arrivato dopo mesi trascorsi quasi sempre chiusi in cella. E quindi forse molti hanno aderito anche in modo inconsapevole, per uscire e fare qualcosa, ma devo dire che con Antonella e Cecilia hanno interagito molto bene, si sono affidati a loro e si sono fatti coinvolgere in questa nuova esperienza. E nessuno ha rinunciato, anche quelli che facevano più fatica con l’italiano. Tutti ci hanno sempre tenuto a essere presenti. 

“IO NON SONO ISLAM”

Oujda, Marocco – Islam Mitat è una ragazza come tante. Ha 19 anni, crede nell’amore vero e coltiva un sogno: andare a Londra per studiare Fashion design.

I suoi genitori credono in lei e non vogliono reprimere le sue ambizioni, ma per lasciare il tetto famigliare Islam deve trovarsi un marito. E lei questo lo sa bene.

Su un sito di incontri online scorge il suo futuro in Ahmed, un giovane afghano con cittadinanza inglese, attraente e con uno stile “occidentale” affine ai suoi gusti. Quello che però sembrava il primo passo verso il sogno si trasformerà nel principio di un incubo lungo tre anni, vissuti da prigioniera di ISIS.

Quali sono state invece le difficoltà?

C.: La difficoltà più grossa è stata non poter conoscere prima i ragazzi, le loro storie, i loro interessi. Grazie però all’ottima collaborazione con l’area pedagogica, con suor Alessandra, che conosceva i detenuti e li ha motivati, con uno degli agenti che ha supportato la parte tecnica, e con una collaborazione più intensa con il Gruppo Carcere Cuminetti, siamo riusciti a partire e a creare un buon gruppo, molto attivo e attento. Anche per il Volta è stata un’edizione complessa, perché erano sì in aula, ma non potevano stare vicini e non poter incontrare da vicino il gruppo del carcere è stato piuttosto limitante, ma comunque sono stati molto bravi.

A.: Inoltre nelle scorse edizioni, gli studenti entravano in carcere e quindi tra i due gruppi si creava un bel rapporto di socialità e contatto, che in alcuni casi andava oltre il progetto.

Intervista con le autrici

Benedetta Argentieri e una giornalista e regista specializzata in conflitti, Medio Oriente, seguendo sul campo la guerra in Iraq e in Siria, e tematiche legate al femminismo. Sara Gironi Carnevale ha lavorato nel campo della pubblicità e della grafica e alla fine del 2016 ha iniziato la carriera di illustratrice.

Il valore aggiunto di questo progetto è proprio quello di far incontrare giovani che vivono nella stessa città, ma appartengono a mondi diversi. Com’è andata con la modalità a distanza?

C.: Sicuramente non è la modalità migliore per un progetto del genere, però il fatto di avere poco tempo a disposizione ha fatto sì che il gruppo fosse più concentrato e motivato, perché hanno percepito l’esperienza come un’occasione preziosa da non sprecare.

S.A.: Il fatto che dall’altra parte ci fosse un’altra scuola ha incuriosito molto i ragazzi, soprattutto c’è stato grande entusiasmo per il mondo femminile. In generale sono abituati alle nuove tecnologie e a parlarsi in video, mentre sicuramente non sono abituati ad andare a scuola, quindi essere in DAD, da un certo punto di vista, non ha avuto un impatto eccessivo su di loro. Sicuramente gli è dispiaciuto molto non poter incontrare gli studenti di persona.

Come è stato l’approccio con il libro?

A.: La tematica era molto complicata e avevamo un po’ di timore perché la maggior parte dei ragazzi arrivava dal nord Africa e il titolo poteva risultare offensivo, se non compreso. Invece spiegando bene la cosa, devo dire che non ci sono stati i problemi che immaginavamo. Certo, alcuni di loro risentono di una mentalità maschilista e a volte hanno espresso poca comprensione per la condizione della donna, e questo ha generato un bel dibattito con le ragazze del Volta, ma sempre in termini positivi ed educati da entrambe le parti. 

E come è andata la presentazione finale?

C.: La presentazione si è svolta da remoto il 7 giugno scorso. Nonostante le difficoltà logistiche, è stata una presentazione verace, forse la più bella a cui ho assistito in questi anni. Ora, se sarà possibile, l’idea è di chiudere il percorso con un incontro dal vivo a settembre/ottobre.

S.A.: l’incontro con le autrici è stato importante, perché ha aiutato i ragazzi a capire che si trattava di una storia vera e non di un romanzo. E anche chi non se l’è sentita di condividere pubblicamente il suo elaborato finale, si è aperto durante un colloquio individuale. È stato un bel momento sia per me che per loro, che hanno avuto un’occasione per raccontarsi e si vedeva che ci tenevano.

[Le immagini di questo articolo si riferiscono a edizioni passate della Società di lettura]


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