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Le Case della comunità non sono contenitori di servizi e prestazioni sanitarie

Una riflessione di don Virginio Colmegna sulle Case della comunità, non contenitori di servizi e prestazioni sanitarie ma nuovo modello di integrazione sociosanitaria

Come dimostra l’articolo pubblicato sul Corriere Milano di lunedì 11 luglio, anche nella nostra città si è aperto il dibattito sulle Case della comunità.

Un dibattito che si incrocia con il cammino della Casa della Carità, che dal 2014 è impegnata in prima persona insieme alla Fondazione Santa Clelia Barbieri di Porretta Alto Reno Terme (Bologna) nella promozione dell’idea di salute intesa come bene comune.

Negli anni l’azione comune di queste due realtà si è estesa e ha coinvolto tante altre organizzazioni di tutto il territorio nazionale, sia pubbliche che del privato sociale, le quali hanno dato vita a un vero e proprio movimento culturale con una forte valenza politica sul tema della salute, realizzando pubblicazioni, appelli, documenti, incontri e seminari, iniziative legislative, sfociate nella nascita dell’associazione Prima la comunità.

Case della comunità, dalla sanità alla salute

E un primo obiettivo è stato ottenuto e cioè che il dibattito si spostasse dalle “Case della salute” alle “Case della comunità”. Questo non è solo un cambio lessicale fine a se stesso, ma presuppone un cambio di paradigma “dalla sanità alla salute”, in una visione delle politiche sociali come politiche di salute e viceversa.

Come presidente dell’associazione Prima la comunità, non posso che essere contento che anche a Milano si inizi a discutere di Case della comunità. Tuttavia intravedo il rischio reale che tutto si riduca semplicemente in un cambio di nome del poliambulatorio e non si faccia veramente quel salto di paradigma sopra citato. 

Istituire le Case della comunità non è solo un tema di strutture da reperire e riconvertire, ma si tratta di costruire un nuovo modello di integrazione sociosanitaria, che metta al centro la persona, e anche di istituire nuove figure professionali che abbiano competenze integrate tra sociale e sanitario, come i medici di territorio, l’infermiere di comunità, oltre che la nascita di nuovi percorsi formativi.

Il Manifesto per un’autentica Casa della comunità

La salute, infatti, non è la semplice assenza di malattia. È una condizione complessiva della persona a partire dai cosiddetti “determinanti sociali”:  l’abitare, la cultura, la scuola, il lavoro, il tempo libero, il sociale, la gestione delle pene, la tutela dell’ambiente e tanto altro ancora.

Le Case della comunità devono allora essere luoghi di prossimità e solidarietà, capaci di accogliere soprattutto le persone più fragili; luoghi dove trovano sede insieme i servizi sanitari primari e i servizi sociali e dove quindi il diritto alla salute è garantito in tutte le sue articolazioni: benessere fisico, psichico, affettivo, relazionale.

Lo diciamo chiaramente nel Manifesto “La casa della Comunità: la salute per tutte e per tutti”, che abbiamo lanciato proprio pochi giorni fa a Roma alla presenza del Ministro della Salute Speranza e che ha già raccolto oltre 800 firme.

La Casa della Carità come Casa della comunità

A Milano, la Casa della Carità sta già investendo in modo concreto su possibili proposte di innovazione a partire dalla cura dei più vulnerabili. Ne è un esempio la campagna vaccinale contro il Covid, che ha portato oltre 300 persone fragili, o che vivono in condizioni di marginalità, o che non hanno accesso al servizio sanitario nazionale, a essere vaccinate nella sede della nostra Fondazione. Non è assistenzialismo, è un’azione di servizio pubblico.

Per questo, la Casa della Carità si propone come spazio di sperimentazione del modello della Casa della comunità – in particolare per il quartiere Crescenzago, dove ha sede – e come interlocutore con la Regione e il Comune portando “in dote” non solo la propria esperienza, ma anche quella delle oltre 100 organizzazioni e personalità che fanno parte di Prima la comunità e le riflessioni sviluppate in questi anni.

Si tratta di esperienze innovative, che lasciano intravedere quelli che potrebbero essere elementi di una riforma sanitaria che vada nella direzione di far emergere i bisogni sociali, sanitari e di cittadinanza e di porre in essere azioni preventive, curative e sociali che raggiungano tutti, a partire da chi è più vulnerabile. Esperienze che per non essere ridotte a semplice testimonianza sono oggetto di studio e monitoraggio da parte dell’Università Bocconi di Milano e della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e sono accompagnate anche dalla validazione scientifica dell’Istituto Mario Negri.

Dobbiamo cogliere, ora o mai più, la grande opportunità offerta dal PNRR affinché anche nella nostra città possa nascere questo nuovo modello di presa in carico della salute, che superi il concetto di servizio e prestazione sanitaria e valorizzi le risorse dei territori. Se non lo faremo, avremo sprecato un’occasione irripetibile.

[Nellimmagine di apertura, i vaccini alla Casa della Carità – Foto: Carlo Cozzoli]


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