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Accoglienza profughi afghani: un'”emergenza” che ci chiama in causa

Una riflessione del nostro presidente don Virginio Colmegna, all’avvio del progetto di accoglienza dei profughi afghani coordinato dalla Casa della Carità

Abbiamo ancora tutti negli occhi e nel cuore la tragedia del popolo afghano: le immagini delle persone accalcate all’aeroporto di Kabul nella speranza di riuscire a salire su un volo che le avrebbe portate altrove; i volti dei feriti a causa degli attentati dell’Isis-K; le voci di chi è riuscito a fuggire, ma che ora si trova sradicato dalla propria terra e vede devastata la sua quotidianità, e di chi è rimasto in Afghanistan e teme per la vita.

Leggendo il Vangelo di Luca, vi è una domanda: “Quando il figlio dell’uomo arriverà, troverà ancora fede sulla Terra?”. Forse dobbiamo chiederci “troverà ancora l’umanità sulla terra?”.

Credo che tutto ciò dovrebbe portare il cosiddetto Occidente a una riflessione radicale su quella che è una vera e propria crisi di civiltà; sul fallimento – annunciato – di una politica fondata sulla guerra e sull’odio reciproco.

Non smarriamo la strada dell’ospitalità

E non posso non pensare all’Europa che, come ha ammonito a fine agosto da Ventotene il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, esprime «grande solidarietà nei confronti degli afghani che perdono libertà e diritti», ma rimane sorda e cieca di fronte al dramma dei profughi. Non solo coloro che fuggono e fuggiranno da quest’ultimo teatro di disperazione, ma anche tutti i «migranti per persecuzioni, per fame, perché i mutamenti climatici hanno sconvolto il loro territorio».

Sentendo le parole di Mattarella, mi è venuto in mente di andare a rileggere un passo del Libro I dell’Eneide: “Spinti da una tempesta gli esuli di Troia approdano a Cartagine, ma sono respinti dalla popolazione. «Ma che gente è la tua – dicono alla regina di Cartagine i marinai naufraghi, compagni di Enea il Pio – Che barbaro costume ci impedisce di scendere a terra e di fermarci sulla spiaggia. Lasciaci trarre a riva la flotta sconquassata dai venti, aggiustarla con travi tagliate dalle selve e fabbricarvi dei remi, per poi salpare lieti verso l’Italia e il Lazio»”.

Fu perché Didone aprì quel porto ai profughi, che nacque poi l’Europa. Siamo di fronte a un mito, certamente, ma quanto è eloquente! 

L’Italia e l’Europa non possono dunque smarrire la strada dell’ospitalità, che significa innanzitutto riconquistare pietas e compassione. Altrimenti dove andrà l’essere umano, se dimentichiamo questi valori? 

“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati”.

Ecco allora che chi soccorre i barconi pieni di naufraghi nel Mediterraneo o chi cura le ferite di quanti hanno attraversato a piedi i Balcani non può essere considerato un nemico della patria. E non può essere visto come un pensiero idealista e astratto, il riaffermare il diritto profondo di ogni essere umano a realizzare se stesso, in qualunque lembo di terra. Ma, anzi, riconoscere questo diritto dovrebbe quasi essere considerata una responsabilità che ognuno di noi prende con ogni altro essere umano.

Torno allora a quanto detto da Mattarella e a quanto ci ha sollecitato più volte a fare – anche in questa occasione – Papa Francesco: abbiamo il dovere di “accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati”. Gli afghani arrivati in Italia nelle ultime due settimane, ma anche quelli che sono bloccati da mesi se non anni lungo la rotta balcanica. E coloro che bussano incessantemente alle porte dell’Europa dagli “altri Afghanistan”: Paesi afflitti da guerre, fame, carestie, epidemie, devastazioni climatiche o dove i diritti sono schiacciati da regimi dittatoriali.

Accoglienza profughi afghani: un'”emergenza” che ci chiama in causa

E anche noi della Casa della Carità siamo chiamati in causa da questa ennesima “emergenza”, che investe la quotidianità del nostro operare. Desideriamo affrontarla a modo nostro: stando nel mezzo, e quindi aprendoci all’accoglienza di chi è arrivato e arriverà, non senza, però, lasciarci attraversare dall’inquietudine, dagli interrogativi, dalla ricerca di senso, dalla dimensione della spiritualità.

Chi ce lo fa fare? È la domanda che spesso ritorna in queste situazioni. E ancora una volta la risposta è: non lo facciamo per bontà, ma per la responsabilità che sentiamo, di offrire a chi arriva un’accoglienza dignitosa e di qualità, non di stampo assistenzialistico, ma che inneschi una relazione di reciprocità e percorsi futuri di autonomia, inclusione e cittadinanza. 

Certo non è semplice, questo tipo di accoglienza richiede tempo ed energie, e noi non siamo né ci sentiamo onnipotenti. Ma ancora una volta vorremmo dimostrare, con questo piccolo segno, che l’ospitalità non è una fatica o un’imposizione, ma può diventare una risorsa, anche culturale.

Accoglienza profughi afghani: un impegno culturale e comunitario

Vorrei allora che tutte le scelte che faremo per rispondere, così come possiamo, alla tragedia afghana siano attraversate dalla passione, dalla radicalità, dalla profezia, anche. E siano intrise di quelle che, ormai da un po’, definisco le “tre energie”: energia culturale, energia politica, energia spirituale

Invito chi lo vorrà ad aprire un dialogo con noi e a vivere tutti i passi che compiremo, con dentro questa immissione di energia, ognuno dando dando il contributo che potrà.

Questo fa sì che la nostra azione non sia solo la (sacrosanta) risposta a un’emergenza, che si accumula alle tante altre “emergenze”, ma affinché dal nostro operare possano venir fuori – così come accaduto in passato – riflessioni e proposte concrete da consegnare alle istituzioni.

Mi piacerebbe inoltre che questo progetto sia “comunitario”, collettivo e che metta in gioco, insieme alla Casa della Carità e agli enti che si sono resi disponibili per l’ospitalità dei profughi (Cooperativa Proges e CasAmica Onlus) anche le altre risorse – e sono tante – del nostro territorio: le parrocchie, le associazioni locali, i giovani, i pensionati… 

Sarebbe bellissimo e sarebbe un piccolo tassello per provare a costruire, anche in questi tempi difficili, un’umanità piena, gioiosa, portatrice di vita.

[L’immagine di apertura è di Adnkronos]


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