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Un incontro per parlare di Afghanistan

Un incontro per parlare dell’Afghanistan, prima e dopo il ritorno dei talebani, con i profughi ospitati dalla Casa della Carità

Perché la situazione in Afghanistan è precipitata nel giro di pochi giorni? Come sono andati gli ultimi 20 anni? Come sono arrivati al potere i talebani la prima volta?

A rispondere a queste e a tante altre domande sono stati, nel corso di un incontro con operatori e volontari della Casa della Carità, alcuni dei profughi afghani ospitati nel progetto di accoglienza che la Fondazione sta portando avanti con Cooperativa Proges e CasAmica Onlus.

Uno di loro è K., ex ufficiale dell’esercito afghano, che parla un perfetto italiano perché ha studiato nel nostro paese. E proprio per il suo lavoro era in servizio, quando Kabul è caduta in mano ai talebani: «Io lavoravo al Ministero dell’Interno e persino loro non sapevano cosa stava succedendo in quelle ore. L’accordo con gli Stati Uniti prevedeva infatti che i talebani non sarebbero entrati a Kabul per 6 mesi, per consentire la transizione a un nuovo governo. Ma così non è stato».

Nessuna resistenza

«Quando i talebani sono arrivati intorno a Kabul – racconta ancora K. – i militari e i poliziotti e quelli che lavoravano per il governo sono scappati. I talebani hanno quindi visto che non c’era resistenza e sono entrati a Kabul e nelle altre città ed è successo il caos che avete visto».

Secondo lui, inoltre, gli accordi con gli USA prevedevano di lasciare alcune zone subito in mano ai talebani. E questo ha influenzato i soldati: «Perché devo fare la guerra, visto che è già deciso che la zona rimanga ai talebani? Per questo non hanno combattuto».

Un’altra ragione del perché le cose sono precipitate così rapidamente la spiega M., anche lui in italiano, imparato grazie agli studi a Torino: «I soldati hanno consegnato le armi perché i talebani hanno promesso che così non li avrebbero uccisi. Inoltre nel paese c’era troppa corruzione e gli afghani volevano un’alternativa al governo in carica. Purtroppo però l’unica alternativa erano i talebani, non c’era nessun altro che poteva prendere il potere».

20 anni di cambiamento…

Come sono andati gli ultimi 20 anni, lo raccontano invece S., Z. e S..

S., arrivato in Italia con la moglie e i tre figli, era un ingegnere. «In questi anni, grazie anche agli italiani, a Herat gli afghani hanno costruito ospedali, scuole, strade. Il progetto più grande è stato la “tangenziale” di Herat. Ora si stava progettando un terminal cargo per l’aeroporto e c’erano in programma tanti altri progetti, che però non sono arrivati alla fine perché sono arrivati i talebani».

Z. era un’insegnante e negli ultimi 14 anni aveva lavorato a supporto dei bambini autistici in una scuola supportata dalla cooperazione italiana. «Mia figlia era arrivata all’ultimo anno di scuola prima dell’università, ma dopo l’arrivo dei talebani non avrebbe più potuto studiare. Per questo siamo venuti in Italia, perché i nostri figli possano continuare a studiare. Ci saremmo dovuti spostare a Roma, ma l’accoglienza che abbiamo avuto qui è stata talmente bella, che abbiamo deciso di restare a Milano», dice la donna.

A parlare di un Afghanistan diverso da quello che la maggior parte di noi ha in mente è la figlia 18enne di Z.: “L’Afghanistan è un posto bellissimo, ci venivano i turisti. Ora non sarà più così».

Un altro tema di cui si è molto parlato è la condizione delle donne. A parlarne è S., che lavorava in aeroporto: «Spesso lavoravo fino a mezzanotte, finché c’erano voli, e non c’erano problemi. Adesso una donna non può uscire di casa da sola, a meno che non l’accompagnino il padre, il marito o il fratello».

Come tanti altri, anche S. non ha avuto altra scelta se non quella di scappare perché, avendo collaborato con gli occidentali, avrebbe rischiato la vita. «Pensavamo al futuro, avevamo iniziato un’altra vita, ma con l’arrivo dei talebani è finito tutto; hanno venduto l’Afghanistan troppo presto». 

S., inoltre, era l’unica della sua famiglia a lavorare dal momento che la madre e il fratello sono malati e il papà è morto: «Ero solo io a portare i soldi a casa, avevo comprato la macchina, pagato la casa. E anche altre famiglie erano nella stessa situazione, con solo la donna occupata. Ma quando le donne non hanno diritti, non possono studiare, non possono lavorare, cosa possono fare queste famiglie?».

… ma solo in alcune zone

Tuttavia questo “vento di cambiamento” non è arrivato ovunque nel paese. Come spiegano sia K. che M., infatti, gli americani e la cooperazione occidentale sono arrivati solo nelle città, dove vivono 15 milioni di persone, circa la metà della popolazione

«Nei villaggi e nelle zone periferiche le persone hanno continuato a vivere in modo “tradizionale”. Questa parte di popolazione è stata contenta del ritorno dei talebani e anzi pensa che chi vive in città non siano brave persone, perché sotto l’influenza della cultura occidentale. Nelle città, invece, le persone non erano contente, perché sapevano di perdere la libertà conquistata in questi anni», dice M..

«I talebani dicono che sono cambiati, ma secondo me non è così. La loro mentalità è sempre la stessa: le donne non possono lavorare, non possono studiare… Bisogna cambiare la mentalità degli afghani e per farlo ci vogliono educazione e istruzione, altrimenti l’Afghanistan non cambierà mai davvero», aggiunge K..

L’Afghanistan prima del 2001

A fare un rapido excursus storico è ancora M., appassionato di storia e insegnante all’università di Herat: «Il moderno Afghanistan è nato nel 1747 con re Ahmed Shah Durrani, che ha messo le basi del paese, creato i confini e ottenuto il riconoscimento a livello internazionale».

La monarchia afghana durò fino al 1973 quando l’ex primo ministro Mohammed Daoud Khan conquistò il potere con un colpo di Stato militare, mentre il re era in visita in Italia.

La situazione venne ribaltata nuovamente nel 1978, con il colpo di stato del locale partito comunista, appoggiato dall’Unione Sovietica, che invase poi l’Afghanistan nel 1979, iniziando una politica anti-islamica.

«Un paese a base religiosa non va d’accordo con le idee comuniste. Si è innescato così un conflitto tra il governo sostenuto dai sovietici e i guerriglieri mujaheddin, aiutati dagli Stati Uniti», ha detto M.. 

I mujaheddin erano però divisi in varie fazioni e tra queste, aiutati dagli Stati Uniti e dal Pakistan, nel 1996 prevalgono i talebani che, come noto, rimangono al potere fino al 2001.

Che cosa succede ora?

I talebani, concordano tutti i presenti, sono diventati più furbi. «La volta scorsa erano stati riconosciuti solo da Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Adesso parlano di riconoscimento internazionale, chiedono la riapertura delle ambasciate. Ma non sono cambiati: le donne non possono più studiare né lavorare e chi aveva collaborato con gli occidentali viene perseguitato e ucciso, anche se non in modo plateale come in passato. Per questo i paesi occidentali non dovrebbero riconoscere il governo talebano».

E anche la situazione economica è disastrosa: «L’inflazione sta crescendo e il valore della moneta diminuisce di giorno in giorno. Non c’è più lavoro e per questo le persone non hanno più lo stipendio e quindi non possono mangiare. Molti di quelli che lavoravano sono andati via e l’economia non gira. Per questo, anche chi inizialmente era d’accordo con loro sta cambiando idea, perché non sta andando tutto bene come avevano promesso».


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