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Pratica in attesa di Teoria – Un intervento dalla casa circondariale di Bollate – Fernando Gomes da Silva

Durante il seminario “Parole perdute da ritrovare. Ambiente, lavoro, giustizia, cura” promosso dal Centro Studi SOUQ della Casa della carità e tenutosi il 21 novembre 2019 presso la Camera del lavoro di Milano, è intervenuto Fernando Gomez.

Buonasera a tutti dopo aver sentito tutti questi interventi interessanti, mi voglio presentare. Mi chiamo Fernando Gomez. Scusate non mi posso presentare come un “rifiuto”, non mi sento un rifiuto, però è vero quello che è stato detto.  È vero che c’è questa mentalità, c’è molto ancora questa mentalità rivolta per chi è dentro, però avere questa mentalità per te che sei già dentro però fa ancora peggio. Io sono brasiliano e ho avuto un problema, cioè mi è capitata veramente una disgrazia nella vita e sono finito in carcere.  Che cosa succede a guardare avanti quando sei appena entrato? qualcuno ti dice: guarda tu devi passare qua diciotto anni della tua vita. Era il 2010 io da quel momento avevo due scelte da fare. Prima di tutto ho iniziato a leggere la Bibbia e quando ho letto un pezzo quando c’è scritto: 10.000 cadranno alla sua sinistra e 8.000 alla sua destra proprio una settimana dopo uno s’è impiccato vicino alla cella mia, cioè si era ammazzato. Allora a verificare questo episodio tutto il tempo che sono dentro che ho visto e ho conosciuto sono stati quattro persone, quattro ragazzi si sono tolti la vita dentro il carcere per mettere dentro di sé questo concetto, questo peso, ossia sono rifiuto nessuno mi vuole, io non ho più salvezza, io non ho più speranza, io non ho più tante cose, allora lì la scelta che hai nei tuoi pensieri noti sono veramente due o io veramente casco, vado fino in fondo e sparisco, o cerco in qualche modo di recuperare forza, non so dove. Perché tanta gente non lo sa, ma tante le persone come me che sono tantissime, c’è una grossissima percentuale dentro l’istituto, che ti capita una situazione una volta nella vita, perché poi tutto sommato io non ho mai rubato, non ho mai sfasciato, non ho mai fatto… non è mai successo qualcosa di violento, sono capitato in carcere. Cosa succede? Succede che veramente tu sei dentro un mondo che ha un’altra dimensione, è una cosa surreale, è una cosa che sembra un incubo che non finisce mai, quel sogno da cui ti vuoi svegliare e non ti svegli mai, un giorno dopo l’altro, un giorno dopo l’altro.

E’ un sistema mortificante perché non c’è un trattamento particolare per chi o per cosa, il trattamento è lo stesso per tutti quanti. Sicchè tu convivi con tutti i tipi di etnia, tutti i tipi di reati, tutti i tipi di persone, insomma sovraffollato perché all’inizio era sovraffollato, ero a Livorno, poi dopo sono passato a Rossano [N.d.C: il carcere di Rossano] , era ancor più sovraffollato, allora il convivio, il vivere sono risse all’ordine del giorno, sono gente che si taglia, l’odore del sangue, grida, disperazione. Il carcere è un posto – forse è nato per essere così – terrificante, qualcosa di terrificante, io in ogni incontro che vado, faccio tanti incontri a volte coi ragazzi delle scuole, io ho preso questa convinzione devo veramente dire che non esiste un posto più terrificante che il carcere, non può mai esistere. Quando la porta si chiude, il rumore della chiave, il rumore dei passi nel corridoio, il rumore di uno che sta provando ad impiccarsi accanto, che inizia a gridare… cioè è un terrore terrificante, è orribile. Più orribile ancora sapere che le persone che poi dopo che sono come me perché anch’io un giorno ero socio, la società è formata dai soci, i soci siamo noi, anch’io ero un socio perché anch’io passavo davanti al carcere, guardavo e dicevo: se sono lì dentro è perché se lo meritano, ma io ero proprio uno così. Poi dopo tu non pensi, non realizzi che ti può capitare un tuo famigliare dentro, un amico, un conoscente o a volte anche te stesso perché nella vita può capitare di tutto. E allora ti trovi lì. Sono qui. Che cosa faccio? E dove vado senza avvocato, senza famigliari, senza nessuna conoscenza, senza saper parlare ancora la lingua e allora visto che qui dentro non c’è altro da fare mi devo concentrare in qualcosa. Allora inizio a leggere la Bibbia in italiano per vedere se riesco a capire le parole in italiano paragono un po’ di parole della bibbia brasiliana.

Questo è stato l’inizio, insieme a questo ho iniziato a cercare un’attività, un qualcosa per passare il tempo, per occupare la mente perché non ti va per una persona che non è nel mezzo, non ti va di parlare di rapina, parlare di sequestro, parlare di droga, proprio non ti va. E come me ho iniziato a capire che c’erano tante altre persone, non erano poche, è incredibile ma poi dopo son poche le persone che veramente insistono con la vita criminale, con tutto ciò. Tanta gente perchè è andata a vendere la bustina della droga perché gli servivano i soldi o è andato lì a rubare gente che a dire a voi magari può sembrare incredibile, ma gente che qua dentro davanti ai ferri diventano veramente persone normali con cui potevo parlare, potevo organizzare qualcosa:  ma senti, ma domani andiamo all’are [N.d.C: forse aria e cioè cortile, passeggio], vediamo di iscriverci alla scuola, vediamo di fare un appuntamento con un assistente volontario, cioè quelle persone che abbiamo iniziato a parlare la prima parola.  Allora ho iniziato a vedere, a verificare che c’era questo problema della puzza, dei topi, della spazzatura, della schifezza… che è il rifiuto qui in carcere. Questo è un pezzo che non viene mai detto, però – non a Bollate attenzione – però il carcere è veramente schifoso come posto, c’è una puzza, la puzza del carcere è una puzza che è un odore che non ti esce di dosso perché è veramente puzzolento. Allora niente, abbiamo iniziato a capire questo problema che c’era, abbiamo iniziato ad organizzare qualcosa già lì nel reparto, in cella nostra, eccetera fino al punto che ho chiesto il trasferimento all’istituto di Bollate, proponendo questo progetto perché nel carcere dove ero eravamo chiusi ventritre ore al giorno chiusi in cella, non si poteva uscire dalla cella, invece a Bollate c’era questa cosa in più che i detenuti comunque hanno maggiore libertà, sono più agevoli. Allora chiedendo questo trasferimento, ho scritto questo progetto.

Arrivando a Bollate ho conosciuto il ragazzo che è diventato mio grande amico, mio grande compagno di strada, mio socio in questa cosa chiamato Gorelli che oggi non è potuto venire. Allora niente, abbiamo capito che l’istituto di Bollate era già un istituto diverso, era già un istituto molto più pulito, molto più arieggiato, molto più aperto mentalmente, già con gli agenti di polizia penitenziaria molto diversi di quelli che avevo conosciuto prima. Aveva questa filosofia che è la filosofia di Bollate che è lasciarti proporre cioè lasciano che tutti propongano. Nel momento che tutti si può proporre è ovvio che l’essere nato per creare, cioè noi siamo uomini, non siamo nati per fare il male, il male avviene, ma noi siamo stati creati per costruire. Siamo costruttori alla fine siamo tutti dei costruttori. Insieme a Matteo nell’estate 2016 invece di andare a giocare a pallone, abbiamo deciso di restare in cella e di riscrivere il progetto da capo. Ora il progetto consisteva nel fare un’analisi della merceologia che c’era in carcere, ossia qual è la quantità di rifiuti, che tipo di rifiuti potevamo incontrare. Allora Ernesto Mancinelli, che è qui con noi che è nostro vicepresidente, poi dopo si è aggiunto Giorgio, ci ha comprato, siamo arrivati da Ernesto con questo progetto. Ernesto: guarda, ascolta, ci potresti comprare una bilancia, una bilancetta da cucina da 5 chili? Lui: sì, te la compro, vediamo se la fanno entrare. Allora ci hanno fatto entrare questa prima bilancetta e noi abbiamo formato un piccolo gruppo nel reparto. Dieci persone e per tre mesi. Questo piccolo gruppo lasciava da parte separata la plastica, la carta, l’umido e l’indifferenziata e il mio lavoro e di Matteo era passare in questa cella in cambio che loro separavano, noi pesavamo e raccoglievamo i dati e poi dopo in cambio, li andavamo a buttare. Allora questo gruppo ha iniziato a interessarsi per questo che stavamo facendo, hanno iniziato anche loro invece di contare noi contavano loro e da lì è nato questa collaborazione tra noi dove questo gruppo ha iniziato ad incontrarci grazie a Bollate sempre che ci permetteva di fare un incontro alla settimana insieme a un volontario e da lì è iniziato tutto. Abbiamo iniziato quanto effettivamente in cella produce un detenuto basandosi su quei numeri che avevamo raccolto. Studiando il rapporto ISPRA, Istituto superiore per la preservazione ambientale dell’Italia, abbiamo imparato con loro come fare a far tornare questi dati che avevamo in mano, perché a noi poi ci servivano materiali per sapere quanti sacchi ci basterebbero all’anno di quelle dieci persone moltiplicate per 1200 di tutto l’istituto. Allora abbiamo passato un anno a fare tutto questo studio, lo abbiamo presentato alla direzione. Alla direzione è piaciuto e ci è venuta incontro fornendo poi dopo quello che è stato l’incontro con il diretto personale, dove loro partecipavano attivamente nelle nostre riunioni e incontri e ci hanno fornito tutto il materiale necessario, quello che forniscono già fuori all’esterno alle persone di fuori e noi abbiamo continuato a raccogliere i dati già con tutti i bidoni nei reparti, con tutti i sacchetti, con il secchiello, cella per cella,  e da lì fino ad oggi raccogliamo giornalmente i dati e la direzione ci ha dato due lavoranti per reparto pagati dall’amministrazione per occuparsi soltanto dei rifiuti. Io oggi orgogliosamente posso dire che ieri sono stato con Simone …. che ci ha fatto i complimenti che è dirigente dell’AMSA, ormai siamo a 82 /90 % di raccolta differenziata su diciannove tonnellate di produzione di rifiuti al mese. Abbiamo con questo lavoro scoperto quali sono poi dopo gli sprechi alimentari che poi dopo sono sprechi pagati dalla popolazione, pagati da voi.  

Abbiamo scoperto contabilizziamo il pane per esempio che si butta, in carcere da noi si butta circa quattro tonnellate di pane al mese, siamo quasi a dodici tonnellate di frutta ogni tre mesi, solo di umido produciamo materiale organico siamo a undici tonnellate al mese, di queste undici tonnellate circa il 40- 35% è cibo cotto ancora buono, sono gli avanzi della cucina o sono gli avanzi dei piatti in cella, allora siamo andati a studiare anche quello perché per curiosità, chiamo curiosità questo è alla base del lavoro. Allora il perché?  perché viene servito in un certo modo, c’è tutta una storia su quello, abbiamo iniziato a creare delle relazioni che sono relazioni che abbiamo noi per capire il problema, dove andare ad aggredire il problema, se un giorno mai qualcuno avrà mai voglia di affrontare, perché oggi noi possiamo capire il problema solo in mensa nell’amministrazione dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria perché loro sono a cortissimo di personale però poi dopo, sono problemi che vengono fuori guardate alla televisione viene fuori che guarda che si spende tre miliardi all’anno per le carceri, guarda che un detenuto costa 4.000 euro al mese. Tutti questi dati che poi vengono buttati lì in televisione oggi vi do una base anche del perché e questo è un perché che siamo andati a trovare dentro i rifiuti, dentro i rifiuti abbiamo creato questa cosa tra di noi. Oggi, eravamo in dieci, oggi siamo in sessantacinque soci detenuti, abbiamo fondato questa associazione e abbiamo detto questa cosa. Abbiamo detto questa cosa, abbiamo detto: guarda recuperiamo i talenti e iniziamo dai rifiuti perché i rifiuti alla fine a noi hanno dato una carica tremenda di guardare avanti, di sentirci capaci di fare qualcosa, di dire: guarda senti io non sto qua soltanto a guardare la televisione o a guardare il tetto, oppure fare casino o fare qualsiasi altra cosa. Io posso fare qualcos’altro, posso fare di più, posso fare la mia parte come uomo, come persona, perché non pensate è molto brutto veramente, tanti pensano come me, è molto brutto avere tre pasti al giorno, avere l’acqua calda, avere un tetto sulla testa e dormire con la coscienza oggi non ho fatto niente per meritarlo, è una delle cose più pesanti che un uomo può sentire. Dormire di notte e dire: non ho fatto niente per meritare il pane che ho mangiato, l’acqua che ho bevuto, è veramente mortificante come cosa.

Invece oggi siamo volontari, possiamo almeno dormire un pochino più leggeri di notte, sapere che non ho potuto forse, non potrò mai recuperare o scusarmi abbastanza per quello che ho commesso, però comunque posso pensare di fare qualcosa per gli altri, per me stesso, per il pianeta, per il clima, posso pensare nel recuperare rifiuti di fare nel mio piccolo quello che posso fare e questo ci ha permesso di stare un po’ meglio con noi stessi, stare un po’ meglio con l’istituto, con le istituzioni che ci guardano un pochettino meglio, sanno che non siamo lì con le mani in mano a fare niente tutto il giorno, perché le proposte non sono tantissime poi, quando sei dentro il carcere. Allora ci siamo creati questa cosa, una volta ottenuto il beneficio io, Matteo e tanti altri ragazzi abbiamo iniziato a creare queste occasioni di stare insieme con la cittadinanza col recupero del cestino dei parchi per esempio. Non so se avete mai fatto caso però i cestini dei parchi sono da soli, sono lì abbandonati, arrugginiti, li prendiamo, li puliamo, li ripitturiamo, colorati con colori diversi per ogni tipo di rifiuti e andiamo e li assembliamo a quattro in maniera tale che le prossime generazioni possono abituarsi che nei posti pubblici ci sono i posti dove fare la raccolta differenziata e di fare ognuno anche la sua parte per chi vuole.  Qualcuno dice nessuno lo farà mai, forse noi che siamo già grandi forse no, ma i piccoli vedendo magari il padre e la madre che lo insegna in futuro sa che questa cosa c’è, questa cosa esiste.


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