Le acque dei figli. Beni comuni nella crisi climatica - di Mauro Van Aken | Casa della Carità
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Le acque dei figli. Beni comuni nella crisi climatica – di Mauro Van Aken

Le acque dei figli. Beni comuni nella crisi climatica – di Mauro Van Aken

Mauro Van Aken è antropologo culturale presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e lavora sulle dinamiche sociali e culturali della crisi climatica. È inoltre presidente e animatore di Himby – Hot In My Back Yard, associazione di ricerca-azione antropologica sui cambiamenti climatici.

Nell’agosto 2019 si è svolto un funerale nazionale in Islanda a ricordare la scomparsa del ghiacciaio Okjokull, che nei secoli aveva ricoperto il cono del vulcano Ok. Una morte già dichiarata nel 2014 quando perse per scioglimento lo status di ghiacciaio, una scomparsa di una risorsa e paesaggio nazionale celebrata per segnare pubblicamente l’assenza di ciò che è stata una presenza, un soggetto delle relazioni con il territorio e il paesaggio storico e identitario. Una scomparsa, inoltre, che anticipa quella di altri duecento ghiacciai dell’isola nei prossimi due secoli, a causa dell’effetto serra indotto dai nostri gas climalteranti.

Una grande massa di acqua che scompare, un paesaggio dell’animo nazionale, come spesso le acque – fiumi, laghi, ghiacciai, mare – rappresentano anche in Italia. Ma qui non si è meramente celebrata la perdita di una risorsa, elemento fondamentale per l’economia sempre più idrovora ed energivora, di un oggetto di estrazione come è diventata l’acqua nei processi di mercificazione. Si è messa in scena l’elaborazione di un lutto; una perdita non di un oggetto, ma di una presenza del mondo, di un soggetto quindi, proprio per tramandare un’eredità e per pensare la vivibilità del futuro prossimo dei propri figli e nipoti, veri e simbolici, dello stato nazionale. 

Così scrive lo scrittore e candidato presidenziale Magnason sulla placca commemorativa in rame deposta durante il rito nazionale in cima all’ex-vulcano ormai spoglio di acqua ghiacciata, rivolgendosi ai bambini e ad islandesi del futuro: “Questo monumento è qui per attestare che sappiamo cosa sta accadendo e cosa va fatto. Solo voi sapete se così è stato […]”. E in fondo alla placca è segnalato il valore medio in quel momento di CO2 nell’atmosfera, 415 ppm Co2, “il valore più alto che sia mai stato registrato in tre milioni di anni”. 

Ciò che è stato messo in scena è l’elaborazione collettiva della scomparsa di quel paesaggio d’acqua, che provoca spaesamento, assieme al fatto che “sappiamo”, tanto più di fronte ai prossimi discendenti, e conosciamo le cause e le conseguenze correlate ai processi distruttivi dell’economia a base fossile, quanto le contraddizioni di un’idea di natura come mondo separato rispetto al mondo umano, senza soggetti e limiti, come magazzino di estrazione a basso costo (Van Aken, 2020). Con questo rito secolare, si è esibito, con responsabilità e condivisione, ciò che altrimenti vuole rimanere nascosto: la relazione di interdipendenza che l’uomo intrattiene con altre forme di vita e altre creature, altri soggetti, una constatazione da fare ereditare, assieme al desiderio nel presente a decarbonizzare l’economia e cambiare parole e paradigma, oltre che le pratiche, nelle nostre relazioni ambientali.

Magnason aggiunge in un suo libro titolato “Il tempo e l’acqua” (2020), in relazione ai cambiamenti climatici, di cui l’acqua rappresenta un medium, una sentinella e attore principale: 

Non solo coinvolge ogni forma di vita sulla terra, ma è il fondamento stesso di ciò che pensiamo, produciamo e crediamo. Riguarda tutte le persone che conosciamo e amiamo. I cambiamenti che abbiamo davanti sono molto più grandi di quelli cui la nostra mente è abituata, più impegnativi di qualsiasi nostra esperienza precedente, più complessi del nostro linguaggio e delle metafore che utilizziamo per orientarci nella realtà […]. Se sono a rischio la mia vita, la mia terra e i miei figli, non ho forse il dovere di capire che cosa c’è in gioco? Quali parole, allora, sono capaci di definire il mondo? (2020: 67)”.

Se il mondo ambientale vive cambiamenti inediti e accelerati da decenni, il lascito ai propri figli, ai “nuovi venuti” come li chiamava nel secolo scorso di fronte alla tragedia nel nazismo Hannah Arendt, è cambiare riti, ma soprattutto cambiare parole per descrivere, pensare, immaginare il mondo e le relazioni ambientali. E alcune parole dell’acqua, da sempre medium dei rapporti sociali nelle culture, ne sono testimonianza.

Relazioni d’acqua

L’acqua è stata e continua ad essere il primo medium di massa nelle più diverse culture: intermedia le relazioni ambientali, produttive ed economiche, permette la vita biologica; ma intermedia soprattutto i rapporti tra popolazioni e la stessa costruzione di ogni società: ogni popolazione è idraulica, anche nel modo di pensare. Come l’archivio antropologico ha mostrato, l’acqua è stata pensata nelle più diverse culture come un soggetto attivo, come fonte di vita e di rischio anche, come finita e agente, attore che scrive questo mondo. Non a caso spesso sacralizzata, l’acqua è stata la fonte principale di valorizzazione e di conferimenti simbolici, di idee di purezza e di stabilità del mondo, quanto di impurità e di disordine e necessità di cambiamenti. 

L’acqua da sempre è sentinella della salute non solo degli ecosistemi ma della stessa composizione sociale, in particolare della capacità di cooperare per un bene comune, una common o sistema di gestione comune. Le ineguaglianze e divari nascono proprio dal non condividere equamente in qualità e quantità questa fonte finita, e tante organizzazioni politiche nelle più diverse culture hanno dovuto proprio investire su forme cooperative, che immettessero obblighi comuni, attenzione ai rischi condivisi, imponendo idee di “comune” e di comunità, cioè di interdipendenza sociale nel condividere questa sorgente di vita (Van Aken, 2012). Altrimenti, come accade oggi a fronte dei gas climalteranti, l’acqua – o la CO2 – stagliano come “male comune” dove si è interrelati e costretti assieme dal conflitto, dalla competizione, dal privilegio e assieme la violenta esclusione.

Negli ultimi due secoli, e con una spinta con il capitalismo a base fossile, abbiamo secolarizzato l’acqua tradotta in H2O, come “roba tecnica” scrive Illich (1988), sempre più merce soggetta a leggi del mercato, all’interno di un processo più ampio di definizione della “natura” come campo opposto e separato, senza relazioni e limiti quindi, alle società umane. L’acqua scompare come soggetto, e si tramuta in oggetto a disposizione, privato e individuale, e soprattutto, si esulano i suoi aspetti sociali e culturali che da sempre, in tutte le culture, ne hanno valorizzato i caratteri di intimità e di medium sociale.

Questa progressiva de-socializzazione dell’acqua, separata dai suoi contesti e valorizzazioni sociali e ambientali, è stato un cambiamento di significato radicale, nato all’interno di modelli di sviluppo che hanno tradotto la risorsa più dinamica e multidimensionale, in affare tecnico dominato, tolto da relazioni sociali o ambientali. L’acqua ha sempre avuto un carattere profondamente relazionale, anche nella vita sociale perché obbliga e media relazioni culturali e politiche, di eguaglianza o ineguaglianza, di violenza o di cooperazione e condivisione. Nel solo atto di irrigare, dinamiche religiose, tecniche, rituali, politiche e ambientali sono condensate in significati spesso extra-agricoli e che oltrepassano la stessa dimensione irrigua, come avviene nei sistemi di gestione comune agricoli chiamati subbak a Bali, in un Rajaaki del Nord del Pakistan o nei templi d’acqua connessi a reti di cisterne in India o in tutti sistemi idrici comuni della storia.

Anzi, in tutte le culture, i luoghi dell’acqua sono sempre stati i luoghi del comune, del politico, componendo piazze o luoghi d’incontro e di rappresentanza, centri di condivisione rituale e sociale, tanto che anche quando lo scopo idrico o irriguo era sostituito, templi o punti d’acqua rimanevano istituzioni politiche extra-idriche. Anche da noi, perdere relazioni sociali dell’acqua, sempre più nascosta come affare tecnico o merce è coinciso spesso col perdere spazi pubblici e di condivisione.

Raramente l’acqua è stata pensata come mero oggetto di gestione passivo e muto, non agente nella nostra storia, spogliata della sua materiale e simbolica multidimensionalità̀, per renderla “a disposizione” dell’azione umana. In altri modelli di relazione tra acqua e cultura, la “soggettività̀” dell’acqua, per la sua capacità di formare e plasmare l’ambiente e la storia umana (anche in modo distruttivo come negli eventi atmosferici estremi) è stata spesso riconosciuta come fondamento e non solo in termini folclorici o sacrali: proprio all’interno delle pratiche irrigue, nei sistemi l’irrigazione ha inventato in diversi contesti territoriali e produttivi, la relazionalità dell’acqua è spesso al centro, anche per i rischi di una siccità quanto di un’inondazione.

La monodimensionalità in cui l’acqua è stata ridotta nella sua misurazione in H2O o nei modelli di sviluppo non a caso particolarmente idrovori, non è una prospettiva che aiuta a comprendere la complessità attorno all’acqua con cui altre culture si sono confrontate; e allo stesso tempo nasconde, la comprensione nei nostri stessi sistemi produttivi e sociali attorno all’acqua, le dimensioni idrauliche nascoste delle nostre società. Illich intitola un suo importante saggio “H2O e le acque dell’oblio”, un nascondimento e una rimozione assieme sempre più attuali:

 “H2O è la nuova roba dalla cui purificazione dipende ora la sopravvivenza umana. H2O e acqua sono diventati antagonisti: H2O è una creazione sociale dei tempi moderni, una risorsa che è scarsa e che richiede una gestione tecnica. È un fluido che ha perso il potere di rispecchiare l’acqua dei sogni” (Illich 1988, p. 77). 

Reimmettere i flussi d’acqua nella cultura, nel senso e saperi locali, come common, è una dimensione importante per non “far finta” che l’acqua sia infinita e distante da noi, ma riscoprire il nostro coinvolgimento attivo con l’acqua e con l’ambiente. Noi diamo l’acqua per scontata, nei termini di H2O, ancor più nelle nostre merci, che spesso veicolano “acqua virtuale” sottratta altrove ma nascosta, non scritta in etichetta. Abbiamo dato per scontato che l’acqua fosse infinita, sulla base delle infinite potenzialità della tecnica, base dei miti “irrigazionisti” dell’agricoltura industriale oggi in crisi. Si è dato per scontato che un sistema irriguo fosse separato dalle dimensioni sociali e culturali. Abbiamo dato per scontato che l’acqua fosse un “oggetto” da estrarre, come tante altre risorse naturali, dimenticandola soggettività e l’azione dell’acqua nella storia e i limiti che impone. 

Avere un rubinetto in casa è la dimensione esperienziale centrale della modalità in cui noi ci relazioniamo all’acqua, ma anche con cui pensiamo la nostra casa e la città moderna. La rete principale che dà vita alle nostre case è una rete per lo più sconosciuta e nascosta, rimossa sotto terra: facciamo finta che la natura-acqua entri in casa, ma nascondiamo allo stesso tempo il processo di produzione e di distribuzione di quell’acqua, da cui ci siamo de-socializzati. Abbiamo avvicinato l’acqua allo spazio protetto della casa moderna, ma ci siamo distanziati, nel nostro coinvolgimento diretto, da questo bene di cui ignoriamo tutto: da dove viene, che percorsi fa, che sistema di produzione e distribuzione segue. Qui è già avvenuto in parte un processo di mercificazione dell’acqua: la sua sconnessione da altre forme di coinvolgimento diretto, il suo essere mediato da sistemi produttivi e reti tecniche, che devono però rimanere lontani dal nostro sguardo e comprensione, spesso esoterici e distanti, o meramente “tecnici”.

La traduzione dell’acqua in H2O è stata spesso un processo di disorientamento culturale e di forte spaesamento nel sud del mondo, e assieme presentato come emancipazione dalla natura. I flussi delle acque sono stati delocalizzati, le fonti locali pompate per abbeverare territori distanti, i luoghi del sacro o i sistemi politici annessi all’acqua sono stati destituiti e la popolazione stessa è stata spogliata da abilità, saperi e ridotta al ruolo irrigatore “moderno” in divenire, in una mimesi con i modelli esogeni dello sviluppo. Queste dinamiche non hanno preso corpo su di una tabula rasa nei vari contesti del sud del mondo: all’opposto, hanno incontrato un territorio dove l’irrigazione e la gestione dell’acqua, data la sua limitatezza e finitezza, hanno sovente una storia antica e dove altri sono i modelli culturali, i sistemi lavorativi, le reti sociali connesse all’acqua. H2O è de-socializzata, ma anche de-socializzante: nell’incontro con altre forme storiche di relazione con l’acqua, ha preteso di astrarre e censurare le forme di socialità locali in quanto inutili e non-produttive.

Acque locali, affari globali

Lo studio dei rapporti tra acqua e altre culture ha messo in evidenza la pertinenza e centralità della comprensione e complessità dei common come sistemi di gestione comune delle risorse naturali: un insieme complesso non da idealizzare, congelato nel tempo o antitetico ai nostri modi di gestione, ma come istituzioni storiche, sistemi culturali, produttivi e morali assieme, tecnici e simbolici. E da sempre le culture, anche a casa nostra, chiamano, misurano e definiscono l’acqua, o meglio le acque, con modelli culturali per niente antitetici, ma diversi da H2O. Questo proprio perché non solo le misure dell’acqua possono essere molto diverse e comprendere molteplici mondi culturali, ma anche perché molte dimensioni dell’acqua non sono misurabili, ma fanno parte di dinamiche e istituzioni sociali e culturali che sfuggono alla misurazione. E soprattutto questi sistemi sono pubblici in senso lato: sono performance attiva della comunità – anch’essa diversificata e non omogenea – dove sono visibili i furti, ma dove si costruisce il legame stesso comunitario, l’appartenere a un campo interconnesso idraulico ma morale e culturale assieme. Ed è molto più facile costruire grandi e nuove infrastrutture, costosi apparati burocratici dell’acqua che revitalizzare dei sistemi di gestione comune quando sono stati destrutturati e o resi illegali, come è capitato spesso nella storia della modernizzazione dell’acqua nei sud del mondo 

In Medio Oriente, le popolazioni locali non solo pensavano, ma persistono oggi a pensare l’acqua e misurarla, in vista della distribuzione irrigua, con l’antica nozione di dor, o turno irriguo. Potremmo tradurre meglio questa unità di misura come un “tempo sociale”: l’acqua che scorre in quattro, otto o dodici ore, con innumerevoli variabili in base alla stagione, alle colture e alla disponibilità dell’acqua. Si caratterizza come tempo sociale perché il referente della misura è il rappresentante maschile di una famiglia estesa o di un lignaggio che possiede oggi un terreno da irrigare: la sua misura d’acqua è riconosciuta all’interno di una rete di relazioni di solidarietà e di potenziale scambio. Inoltre, il tempo d’acqua è sociale perché è flessibile: se un agricoltore ha più acqua in base ai bisogni effettivi può scambiarla, deviarla al proprio vicino e all’inverso, se le sue piante soffrono stress idrico, potrà cercare un turno all’interno di relazioni di reciprocità. 

Il dor come misura locale è appunto una misura relazionale, negoziabile all’interno della rete sociale e politica esistente, mentre H2O, come metri cubi/pressione, si impone come misura rigida, fuori dalle relazioni locali, relazionata all’amministrazione idrica. Le misure locali d’acqua, su cui si basavano gli antichi sistemi irrigui di queste terre, permette un margine di manovra in un contesto che si è sempre più irrigidito, connotato da una crescita della scarsità e della competizione dell’acqua. Il dor è connesso alle pratiche locali, non astraibili dal contesto sociale e politico, con una profonda adattabilità alle variabilità del territorio, delle stagioni e dei bisogni: parlare di dor rimanda quindi a un altro “mondo sociale dell’acqua”, dei lignaggi, dei sistemi di scambio e di reciprocità. E rimanda anche a conoscenze di un limite all’azione ed estrazione umana: se c’è un soggetto riconosciuto e potente, come l’acqua è pensata nelle più diverse culture, ci sono limiti, relazioni e interdipendenze sociali anche con questa icona di “natura”.

La nozione stessa di “scarsità” dell’acqua non aveva in queste regioni traduzioni né pertinenza ed è stata adottata negli ultimi decenni come nozione esogena della modernizzazione idrica. L’acqua non era “scarsa” perché non era pensata come “abbandonante”, ma finita, e de-finita in una modalità particolare e ambientale. Ad esempio, l’acqua è stata pensata, nei termini locali e per orientare i processi economici, agricoli e pastorali, come “imprevedibile” e “variabile”, due nozioni base nel riconoscere le condizioni ambientali e i limiti delle risorse. 

Le commons sono altre storie dell’interazione tra le società e l’acqua, e più in generale, l’ambiente. Non è semplicemente l’acqua a essere un bene comune ma proprio le dimensioni culturali dell’acqua hanno definito diversi modelli di commons: istituzioni sociali atte alla distribuzione dell’acqua – da sempre la dinamica più complessa, proprio perché cardine dei processi di inclusione o esclusione, di equità o ineguaglianza – ruoli di autorità, saperi locali ambientali, obblighi e divieti, reti sociali, sistemi di solidarietà e di cooperazione annessi, tecniche, concetti di moralità e densi connotati simbolici fanno parte dei sistemi comuni di gestione, dove gli aspetti tecnici ed economici non possono essere disgiunti da quelli morali e sociali. Non l’acqua in sé, ma l’intima relazione tra società e ambiente, tra comunità e acqua, la loro co-produzione e interrelazione hanno costruito dei commons.

L’acqua diventa un’istituzione sociale la cui performance, correzione e dinamica è parte del senso del luogo e del senso del “noi”, una dimensione pubblica che riconosce il coinvolgimento attivo con l’acqua e l’ambiente. Piuttosto, è la definizione di ciò che è “comune”, di quale sia la “comunità”, che diventa oggi sempre più problematico: è proprio la molteplicità e asimmetria degli interessi in atto che ha frammentato il senso di comunità locale in molti contesti attorno all’acqua. 

Nel mondo contemporaneo le acque locali, in tante parti del mondo, sono diventate sempre più un affare globale: la mercificazione dell’acqua, i modelli di sviluppo rurale fondati sull’irrigazione intensiva, i modelli di agrobusiness, la de-territorializzazione dell’acqua e la sua radicale sconnessione dai sistemi ecologici, i processi di mercificazione che nascondono la sottrazione d’acqua, sono questioni che sono al centro dell’agenda politica, ma anche fulcro di nuove forme di mobilitazione politica e di conflitto sociale. Ci confrontiamo oggi con una crisi dei “mondi d’acqua” per le forti contraddizioni ambientali, climatiche, dei modelli di sviluppo, per la crisi delle forme di cooperazione connesse alla gestione dell’acqua e all’ampliarsi di conflitti e della “scarsità”. E per “mondi d’acqua” intendiamo il coinvolgimento intenso, multidimensionale e culturale che tutte le società hanno intrattenuto con questo bene. 

Questa crisi si è manifestata da tempo proprio a partire da una doppia astrazione: l’esportazione, attraverso modelli di sviluppo, di modelli di gestione dell’acqua che hanno negato, o hanno voluto sostituire esplicitamente i sistemi di gestione locale in altri contesti culturali e ambientali. Questi hanno spesso astratto la multidimensionalità e la relazionalità in cui la relazione con l’acqua è stata pensata storicamente. Allo stesso tempo, una seconda astrazione ha trasceso i rapporti locali tra cultura e acqua: istituzioni, sistemi di lavoro, tecniche, rituali, sistemi morali imbricati in antiche storie di relazione all’irrigazione sono stati sconnessi o relegati a tradizione da sostituire. In breve, abbiamo esportato un’idea di acqua astratta – dalla sua multidimensionalità sociale e culturale – come H2O, per “popoli astratti” – dalle loro storie culturali e ambientali, dai loro nomi e loro tecniche d’acqua –, proprio a partire da una sconnessione principale: la risorsa più relazionale è stata settorializzata, delimitata all’intervento tecnico-economico, tolta dalla sua vita sociale e come se fosse questione “tecnica” separata dalla società. 

Si pensi ai saperi e alla cultura dei fiumi, agli acquedotti locali sulle zone collinari e montane che compongono la spina dorsale del nostro paese, o il reticolo idrico e rurale della Pianura Padana che ha definito ciò che è oggi, ai sistemi di controllo locale delle acque in zone franose a partire dai propri campi. In questo modo si sono trascese tanto le forme di “diversità dell’acqua” che tante comunità hanno posto al centro, forme spesso esplicite di relazionalità ambientale, di conoscenze di limiti, di finitezza, e vincoli, tra cui quello della necessità di condividere l’acqua e l’ambiente come relazione fondativa di fiducia e di vivibilità di ogni luogo.

Magnason, da cui siamo partiti in questo breve percorso su relazioni d’acqua nei cambiamenti climatici, ci ricorda inoltre come “abbiamo tutti gli strumenti, tutte le attrezzature e tutta la conoscenza per farlo. E se non lo faremo deluderemo sia i nostri antenati sia i nostri discendenti” (2020: 257). Da sempre ogni cultura ha fondato il proprio presente immaginando vincoli e possibilità di futuro per propria discendenza. All’opposto, oggi facciamo ereditare un debito ecologico enorme e sempre più preoccupante nel futuro prossimo, con lo sfruttamento d’acqua nascosto nel consumismo quotidiano o celato nei profitti globali di chi persiste a pensarsi “fuori dal mondo” e dall’ambiente. Tanto l’acqua quanto i fossili, sono questioni di immaginario (Van Aken, 2020) che rivendicano una “cambio di rotta”, proprio perché ne abbiamo gli strumenti e le conoscenze, ma non ancora una presa di responsabilità condivisa per l’ambiente, come desiderio quotidiano.

Bibliografia

  • Illich I., H2O e le acque dell’oblio, Umbertine Macroedizioni, 1988.
  • Magnason A.S., Il tempo e l’acqua, Iperborea, 2020.
  • Van Aken, M., Campati per aria, Eleuthera, 2020.
  • Van Aken, M., La diversità delle acque. Antropologia di un bene molto comune, Altravista, 2012.

[L’immagine di apertura è di Simona Sambati]


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