Un giardino zen per Teresa Pomodoro | Casa della Carità
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Un giardino zen per Teresa Pomodoro

Anche la Casa della Carità supporta il progetto del Teatro No’hma, che ha donato alla città un giardino zen

Lo scorso settembre, il giardino di piazza Piola a Milano è stato intitolato a Teresa Pomodoro, la drammaturga e attrice scomparsa nel 2008. All’interno di quest’area, lo Spazio Teatro No’hma, il teatro fondato da Teresa Pomodoro e oggi diretto dalla sorella Livia, ha voluto e offerto alla città un giardino zen, un luogo di meditazione e serenità arricchito dalla piantumazione di 21 ciliegi, che sarà inaugurato domenica 18 aprile alle 17.

L’inaugurazione, cui parteciperà anche don Virginio Colmegna, potrà essere seguita in streaming sul sito del Teatro No’hma e sui suoi canali social.

L’auditorium della Casa della Carità dedicato a Teresa Pomodoro.

La Casa della Carità ha avuto con Teresa Pomodoro – a cui è dedicato l’auditorium di via Brambilla – un legame profondo. 

Per questo motivo, la Fondazione vuole far conoscere questo bellissimo progetto.

TERESA POMODORO E LA CASA DELLA CARITÀ

Il rapporto tra la Casa della Carità e Teresa Pomodoro ce lo racconta don Virginio Colmegna: «L’incontro con Teresa è avvenuto fin dai primi momenti di vita della nostra Fondazione, anche in virtù dell’amicizia che già mi legava a lei e a Livia e della stima reciproca che c’era». 

Teresa Pomodoro accanto al cardinal Dionigi Tettamanzi e a don Virginio Colmegna in occasione del 2° anniversario della Fondazione.

Il giorno dell’inaugurazione della sede di via Brambilla, fu proprio Teresa Pomodoro a leggere il brano biblico “Genesi 18”, dove si parla delle Querce di Mamre, l’episodio che il cardinale Carlo Maria Martini ha lasciato alla Fondazione quale icona dell’accoglienza che stava iniziando.

«Il nostro – continua don Virginio – non è stato un legame formale, c’era vera sintonia, c’era un vero scambio, da lei ho imparato tanto. Penso per esempio alle esperienze che Teresa ha fatto nelle carceri di San Vittore e Opera o al suo ultimo lavoro dedicato alla psichiatria. O ripenso a quando ci ha coinvolti, anche con il compianto professor Riccardo Massa, in un ragionamento sul sistema educativo con la facoltà di Pedagogia della Bicocca».

IL VALORE DELLA BELLEZZA PER TUTTI

Tante volte, anche nell’ultima fase della sua vita, segnata dalla malattia, Teresa Pomodoro è stata alla Casa della Carità, proponendo laboratori teatrali dedicati agli ospiti e organizzando spettacoli che li coinvolgevano e li vedevano protagonisti

«Ricordo alcune esperienze straordinarie: un Avaro di Molière che ha riempito il nostro auditorium, in cui fece recitare persino me, e uno spettacolo su un testo di Brecht, realizzato insieme ai Rom che accoglievamo in quel momento», dice don Colmegna.

Teresa ha dunque lasciato alla Casa della Carità un’impronta importante: il valore della bellezza, per tutti; della cultura come elemento fondamentale. 

Teresa Pomodoro durante un laboratorio teatrale con i Rom ospitati dalla Casa della Carità e dal Centro Ambrosiano di Solidarietà.

Racconta ancora don Virginio: «Quando si allestiva uno spettacolo insieme ai nostri ospiti voleva che tutto fosse curato nei dettagli e non che le cose venissero fatte tanto per fare, come se fossero dei poverini a cui dare un contentino. Voleva che ci fosse sempre un alto livello di produzione. Per Teresa, infatti, laddove c’erano degli “allontatati”, come nel carcere o nei campi rom, non bisognava agire con pietismo, ma tirar fuori il buono che c’è e renderlo capacità espressiva».

Spazio Teatro No’hma, UN SEGNO PER LA CITTÀ

Un ultimo ricordo il presidente della Casa della Carità lo dedica allo Spazio Teatro No’hma, il teatro fondato da Teresa Pomodoro, e oggi diretto dalla sorella Livia, che ha sede in una stazione in disuso dell’erogazione dell’acqua potabile, in via Orcagna, in zona Piola. 

«Teresa mi portò a vedere lo spazio prima che fosse trasformato in teatro e mi raccontò del suo sogno: un teatro di periferia, segnato dalla gratuità, non come elemosina. Ma perché per lei il teatro doveva essere un luogo di incontro tra i saperi, aperto a tutti, come strumento di inclusione, cittadinanza, emancipazione», conclude don Virginio.


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