Intervista con Anna Piletti del Piccolo Teatro sull’incontro con il Malabrocca della Casa in occasione dello spettacolo Zorro.
Lo scorso 8 febbraio, in occasione della messa in scena dello spettacolo “Zorro“ di Antonio Latella, la Casa della Carità ha ospitato un “Walk_Talk”: percorsi itineranti nei musei o in luoghi simbolo della città, dove far risuonare i temi degli spettacoli del Piccolo Teatro, attraverso le voci di attori e registi e la guida di esperti.
Dal momento che in Zorro, Latella ha puntato il riflettore su temi cari alla Fondazione, quali la distribuzione del reddito, le disuguaglianze, la povertà, gli attori del Piccolo insieme ad alcuni spettatori e spettatrici, sono venuti alla Casa per conoscere da vicino il nostro lavoro.
In occasione del “Walk_Talk”, il racconto degli spazi e delle attività della Casa si è intrecciato alle letture a cura degli attori della compagnia di Zorro. La prima tappa si è svolta al “Malabrocca“, lo spazio della Casa della Carità che accoglie chi chiede aiuto ai servizi diurni della Fondazione: dal centro di ascolto allo sportello legale, dalle docce al guardaroba, dall’ambulatorio medico a quello psichiatrico.
A proposito di questa esperienza, abbiamo intervistato Anna Piletti, curatrice delle attività educative e culturali del Piccolo Teatro di Milano.
Che cosa ha suscitato in voi l’incontro con la Casa della Carità e in particolare conoscere lo spazio “Malabrocca”, dalla cui porta entrano “gli ultimi degli ultimi” della città?
L’incontro con la “Casa” è stato folgorante. Conoscevamo la vostra Istituzione, con cui il Piccolo Teatro ha collaborato – attraverso diverse iniziative – fin dalla Fondazione. Tuttavia, essere portati alla Casa dai temi di Zorro, la cui iniziale, nella particolare lettura di Antonio Latella e Federico Bellini, evoca gli ultimi, è stata l’occasione per creare, in un piccolo progetto condiviso, una tessitura di rimandi, tra il teatro e i luoghi dell’accoglienza.
“Siamo gli ultimiz. Siamo l’ultima lettera dell’alfabetoz. Siamo Z. Siamo Zanni. Siamo Zorro!” Queste le battute finali dal copione dello spettacolo: quale luogo avrebbe potuto meglio accoglierle, se non una porta dedicata alla “maglia nera”, ultimo degli ultimi, Luisin Malabrocca. Anche Malabrocca è “Zorro”, nell’accezione di Latella, e anche noi, attori, operatrici e operatori del teatro, abbiamo preso le sue parti: ci siamo avvicinati, attraverso la sua figura e la metafora dello spettacolo, agli ultimi della città.

Com’è stato portare alcuni brani di Zorro – uno spettacolo che parla di povertà e disuguaglianze – in un luogo come la Casa della Carità?
L’incontro tra gli attori dello spettacolo e la vita della Casa, i suoi spazi, le ospiti, gli ospiti, le operatrici, gli operatori e le volontarie e i volontari, è stato intenso e commovente. L’idea che il nostro “Walk_Talk” (passeggiata teatrale nei luoghi della città) potesse attraversare la Casa della Carità è giunta direttamente dal regista dello spettacolo, Antonio Latella. Vinto il timore che, incontrare un luogo di accoglienza attraverso la lente di un testo (e di uno spettacolo) teatrale, potesse essere considerato irrispettoso, il percorso, dalla Porta di Malabrocca, alla biblioteca, dalla mensa all’auditorium, grazie alla collaborazione delle operatrici e degli operatori della Casa, ha coinvolto profondamente i quattro protagonisti di “Zorro”. Le letture, dal testo di scena, ma anche da altre fonti – da bel libro di Niccolò Zancan, “Antologia degli sconfitti” (Einaudi) fino a una importante testimonianza del Cardinale Martini – , e le testimonianze di chi vive la Casa, hanno condotto il pubblico verso una conoscenza più approfondita del luogo, mantenendo una forte coerenza con i temi e le forme dello spettacolo di Latella.
Come può il teatro farsi voce degli ultimi?
Il Teatro può essere un veicolo formidabile di trasmissione e amplificazione di storie. Anche il copione di “Zorro”, come hanno più volte dichiarato Latella e il suo dramaturg, Federico Bellini, è stato intessuto da alcune testimonianze di vita. Le “quadriglie” con cui si struttura il testo e lo spettacolo, passando il testimone del racconto da un personaggio all’altro (il Poliziotto, il Povero, il Cavallo, il Sordomuto), nonostante la forma fortemente legata alla convenzione della scena e i rimandi alle vicende di Zorro, personaggio letterario, traducono il vissuto doloroso e complesso di persone che, a vario titolo, il regista ha incontrato.
Non solo la cronaca, la testimonianza diretta, ma anche il teatro, magari in un modo “obliquo”, metaforico o immaginifico, può parlare a tutte e tutti della complessità del nostro tempo, di diseguaglianza e povertà, sensa perdere di efficacia e di densità informativa.
[L’immagine di apertura è di Marta Cervone]