Nell’anno del Giubileo la porta del Malabrocca, simbolo di accoglienza e speranza, diventa una “porta santa”.
Nell’anno del Giubileo della Speranza, la porta del Malabrocca, lo spazio che accoglie chi chiede aiuto ai servizi diurni della Casa della Carità, diventa un simbolo di accoglienza ancora più forte, perché è trasformata, anche se non ufficialmente, in una “porta santa”. Ne abbiamo parlato con il presidente della Fondazione don Paolo Selmi.
«Pensando al Malabrocca e alla sua porta, sono tante le riflessioni che vengono in mente.
Un primo spunto è che questa è una vera porta dell’accoglienza, in primis perché nel murale che la decora è scritta in diverse lingue la parola “benvenuto”. Un murale che è stato pensato e realizzato anche insieme alle persone ospiti della Casa della Carità e quindi questa porta racconta anche la loro esperienza di accoglienza.
Dipinte sull’architrave della porta, poi, ci sono due foglie di quercia, che richiamano l’icona delle Querce di Mamre che il cardinal Martini ha commentato nel giorno dell’inaugurazione della Casa della Carità, il 24 novembre del 2004. Le Querce di Mamre sono quel luogo dove, nella sua tenda, Abramo riposava in un giorno caldissimo, quando arrivano tre ospiti inattesi e lui, piuttosto che continuare il pisolino o arrabbiarsi con loro per essere stato disturbato, si rende disponibile, apre la porta della sua tenda e li fa accomodare, con una risposta di ospitalità che va al di là delle aspettative.
Martini, commentando questo brano biblico, dice che questo gesto caratterizza tutte e tre le fedi dette appunto “abramitiche” – ebraismo, cristianesimo e islam – perché siamo tutti nati da questo gesto di accoglienza, che ci caratterizza. È un’accoglienza in cui Abramo si trova restituito il desiderio di avere un figlio; per cui l’incontro diventa restituzione o compimento di un desiderio, l’accoglienza è generativa.
Il secondo spunto è che questa porta è anche detta “del Malabrocca”, perché richiama la storia del ciclista Luigi Malabrocca che, volendo vincere il premio dell’ultimo arrivato, si nascondeva così bene da non essere trovato. Questo per dire che anche per gli ultimi, per chi si è perso, per chi si è nascosto così bene per non farsi vedere, per non sfigurare, alla Casa c’è posto.
Da questa porta passano infatti migliaia di persone la cui vita è segnata dalla sofferenza, è spesso disfatta, delusa, scoraggiata, perché magari rimbalzano da un ufficio all’altro o saltano da un momento buio all’altro. Ecco allora, questa porta dice che l’anima della Casa è questo essere pronti e disponibili ad accogliere l’altro per quello che è, per il bisogno che ha, ascoltandolo e facendolo sentire benvenuto, anche se puzza, perché da tanto tempo non si lava vivendo per strada; anche se è ubriaco, perché con l’alcol cerca di soffocare il dolore di delusioni subite.
Nell’episodio evangelico in cui Gesù guarisce un lebbroso, lo tocca; così come Francesco d’Assisi abbraccia il lebbroso, anche quando la sua carne è marcia, putrida, e nauseante. Questo è il senso di un’accoglienza che, entrando dalla porta del Malabrocca, diventa abbraccio.
Grazie all’impegno delle operatrici e degli operatori, delle volontarie e dei volontari, la Casa intende restituire armonia a queste vite o, meglio, costruirla insieme a loro, affrontando, attraverso l’ascolto e i vari servizi, il bisogno che ciascun “ultimo” porta dentro di sé. Un bisogno che a volte può essere nascosto, per cui può capitare che una persona debba essere incontrata 3, 4, 10 volte prima che riesca a esprimere chiaramente di cosa ha bisogno. A volte, una relazione richiede tempo.
Continuando a guardare il murale che decora la porta del Malabrocca, si vede che sulla destra è dipinta una scena di danza: un tema bello e gioioso, perché ciò che guida la danza è la musica e la musica ti chiede di scioglierti, di non essere rigido. Se sei rigido non riesci a ballare, il tuo muoverti diventa goffo; se, al contrario, rispondi alla musica e smetti di essere rigido, ti lasci condurre dalla melodia e questa crea armonia.
Infine, nell’anno del Giubileo, la Casa ha scelto di rendere questa porta un simbolo di accoglienza ancora più forte, trasformandola in una “porta santa”, una porta della speranza. Non è un atto ufficiale, ma sappiamo che a Papa Francesco non interessa l’ufficialità, poiché afferma che ogni porta può essere una porta santa.
Ma che cosa rende “santa” la porta del Malabrocca? Il fatto di desiderare di attraversarla portando dentro la speranza di un incontro. Da qui, infatti, entreranno nella casa quei “pellegrini”, che sceglieranno di vivere con noi il Giubileo della Speranza, un’iniziativa che abbiamo pensato per incontrare le comunità parrocchiali della Diocesi di Milano.
Abbiamo scelto che questo pellegrinaggio parta proprio da qui, affinché chi parteciperà possa sentire come propri e non come estranei i passi delle migliaia di persone che ogni anno attraversano questa porta, possa immaginare i loro volti e il loro sguardo, possa ascoltare il loro grido di aiuto e i loro desideri, possa lasciarsi interrogare dalle loro storie.
Ci piacerebbe che ogni persona che attraverserà la porta del Malabrocca, in particolare in quest’anno giubilare, scelga di fare propria questa storia di accoglienza e di speranza».