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«Il cardinale Martini è un regalo ancora da scoprire»

Don Virginio Colmegna, intervistato da Famiglia Cristiana, riflette sulla figura di Carlo Maria Martini, che ha voluto la Casa della Carità.

Cosa sarebbe stata Milano senza il cardinale Carlo Maria Martini? Sono ancora vivi il suo insegnamento e la sua visione profetica? Lui, che nei 22 anni di ministero episcopale si è sempre preoccupato di insediarsi nei crocevia della “città dell’uomo” guidato dalla lampada della Parola di Dio, cosa ha ancora da dire alla città di oggi? Alla sua frenetica quotidianità e alla sua vivace cultura? Ai suoi problemi e ai suoi drammi? Ai suoi slanci e alle sue miserie? Alle genti di tutte le razze e culture che la abitano, a quelli che la fanno grande o semplicemente migliore e a quelli che la feriscono e la sporcano?

Domande ineludibili non tanto per questioni di calendario, ma per il luogo dove ci troviamo, la Casa della Carità, tra Crescenzago e il quartiere Adriano, periferia nordest della città, che Martini volle come segno ed eredità del suo lungo servizio pastorale alla guida della più grande diocesi italiana e una delle maggiori del mondo. Chiamò a guidarla don Virginio Colmegna, uno di quei “pretacci” raccontati con amabile semplicità da Candido Cannavò che portano il Vangelo tra i reietti e i senzatutto, talvolta anche fregandosene dei pregiudizi del mondo.

“È presente ancora”

Evochi il cardinale e don Virginio, uomo pratico e lontano da ogni retorica, ha un lampo negli occhi. «Martini», dice nel suo ufficio di questo caloroso rifugio di disperati, «è stato un grande regalo che va riscoperto oggi nella sua attualità, che ci provoca ancora». La città non ha dimenticato il suo Pastore, che la guidò tra i marosi di anni non meno difficili e complessi di quelli attuali: «Milano», aggiunge don Virginio, «è riconoscente per quello che Martini è stato per la Chiesa e per la città, alla quale ha dato autorevolezza culturale e il volto di una comunità amica, fortemente radicata nella Parola di Dio da lui amata, contemplata e insegnata con grande passione».

Il Cardinale Martini e, a sinistra, don Colmegna, alla Casa della Carità nel 2005.

È proprio alla luce della Scrittura che Martini levava la sua voce alta e severa: «Intuì certi processi che dovevano succedere e che ora hanno il risvolto della drammaticità, penso al rapporto con l’islam», dice don Virginio. «È un patrimonio che sta segnando il nostro cammino, è presente ancora. La vitalità di papa Francesco ci ricorda l’attualità di Martini».

Un biblista di fama internazionale che amava passeggiare per le vie della città e toccare tutte le realtà della diocesi, dalla minestra servita ai barboni nel rifugio di fratel Ettore sotto la Stazione Centrale agli incontri con gli operai, fino ai giovani che gremivano il Duomo per la lectio divina: «Martini», riflette Colmegna, «fu un innovatore nel quotidiano, nella normalità che è il vero orizzonte d’azione del credente. Come papa Francesco, fu accusato di essere solo un prete attento al sociale, ma la sua diagnosi sui temi sociali scaturiva dall’ascolto e dalla contemplazione della Parola».

La “Cattedra dei non credenti”

La “Cattedra dei non credenti” fu un’altra intuizione che varcò i confini della diocesi. «In un certo senso mise in cattedra i non credenti perché riteneva profondamente serie le loro inquietudini, giudicandole capaci di fecondare anche la fede di tanti cristiani. E poi, la Scuola della Parola, il convegno diocesano “Farsi prossimo” del 1987. Non erano solo parole ma azioni, dalle quali sono scaturiti una visione e gesti concreti».

Uno di questi è proprio Casa della Carità, nata nel 2004 da una scuola abbandonata e che ogni giorno si prende cura di quelli che Martini chiamò “sprovveduti”: famiglie senza casa, immigrati, anziani soli, mamme con bambini e persone con problemi di salute mentale. Colmegna ricorda il discorso che Martini tenne il 28 giugno 2002 davanti al Consiglio comunale di Milano, durante il quale annunciò questo “dono” alla città: «Voleva un luogo che fosse non solo di ospitalità ma anche culturale. Ecco perché la biblioteca l’abbiamo dedicata a lui. È aperta a tutti ed è diventato un fermento culturale per il quartiere».

La parola al cardinale: «L’accoglienza, come categoria generale, non è per la milanesità solo un affare di buon cuore e di buon sentimento, ma uno stile organizzato di integrazione che rifugge dalla miscela di princìpi retorici e di accomodamenti furbi, e si alimenta soprattutto a una testimonianza fattiva. Per questo sono lieto che sia possibile, in collaborazione anche con il Comune, offrire alla città una “Casa della carità” che risponda alle intenzioni di un generoso benefattore milanese e rimanga come segno di accoglienza verso i più sprovveduti».

L’eredità di Martini

La Casa della Carità racchiude tutta l’eredità di Martini: «Stando con i poveri», dice don Virginio, «nasce un modo di pensare e di inquietare la propria fede, di dare peso al tema dei diritti e della giustizia. È il senso del Vangelo ed è la lezione cui il cardinale ci ha sempre richiamato».

A cominciare proprio da don Virginio, “snidato” dalla sua parrocchia di Sesto San Giovanni per guidare Caritas ambrosiana su incarico di Martini: «Mi affidò il compito di rendere la Caritas capace di modellare con l’esempio il vivere della Chiesa e della comunità civile. Ma ogni sua indicazione», insiste Colmegna, «prendeva le mosse da una profonda spiritualità e radicamento nella Parola». Agli sgoccioli del suo episcopato, nel 2002, «lo incontrai e gli dissi: “Che bello sarebbe lasciare a Milano un segno di attenzione verso gli ultimi”. Lui mi prese subito in parola, venne a visitare il cantiere e mi incoraggiò ad andare avanti. Ogni sera, mi confidò, pregava per la Casa della Carità».

La riflessione del Cardinal Martini all’inaugurazione della Casa della Carità, il 24 novembre 2004

Sulla parete campeggiano le foto di Martini, già fiaccato dalla malattia, mentre celebra il 40° anniversario di sacerdozio di don Virginio nella comunità religiosa dei Gesuiti di Gallarate, dove si era ritirato negli ultimi anni. Gallarate fu l’ultima tappa. «Quando andai a trovarlo mi prese per un braccio e mi regalò un libro sul Vangelo di Giovanni. Scoprii la sua tenerezza affettuosa che prima il suo volto aristocratico e severo quasi nascondeva».

La penultima tappa fu Gerusalemme. Là il cardinale ritrovò le radici della fede, sentì echeggiare le voci dei profeti e la presenza di Cristo. «Una sera andammo a trovarlo», ricorda don Virginio, «e ci fece una lezione stupenda sull’eccedenza della carità che è anche, disse, sapienza. Io la chiamo la follia della carità, perché senza follia forse non ci sarebbe neanche la carità».

Antonio Sanfrancesco
Articolo tratto da Famiglia Cristiana del 14 febbraio 2017

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