Incontri

“L’abisso” di Davide Enia rinnova la collaborazione tra Casa della Carità e Piccolo Teatro

Il 27 e 28 maggio la Casa della Carità ospita lo spettacolo “L’abisso”, di Davide Enia, nell’ambito del Festival “Presente Indicativo” del Piccolo Teatro

Venerdì 27 e sabato 28 maggio, l’auditorium della Casa della Carità ospita lo spettacolo “L’abisso”, di Davide Enia, nell’ambito del Festival “PRESENTE INDICATIVO: per Giorgio Strehler (paesaggi teatrali)” del Piccolo Teatro di Milano.

ATTENZIONE: tutte le repliche sono sold out!

Questa produzione, che rinnova la storica collaborazione tra la nostra Fondazione e il Piccolo Teatro, è particolarmente significativa per la Casa della Carità.

Nella sua pièce, infatti, Davide Enia mette in scena una vicenda che alla Casa conosciamo bene: i viaggi, spesso tragici, che i migranti affrontano per attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa, dove sperano di costruirsi un nuovo futuro.

«Negli ultimi mesi, con lo scoppio della guerra in Ucraina, i drammatici viaggi della speranza attraverso il Mediterraneo sono scomparsi dalle cronache. Eppure, ogni giorno decine di persone continuano a perdere la vita nel nostro mare. Riproporre lo spettacolo di Davide Enia proprio in questo momento storico è quindi estremamente importante, per non dimenticare queste vicende e non essere indifferenti. E siamo molto felici di ospitarlo alla Casa, dove tante volte abbiamo sentito questi racconti dalla voce dei nostri ospiti», afferma don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità.

Lo spettacolo

«Quando ho visto il primo sbarco a Lampedusa ero con mio padre. Approdarono tantissimi ragazzi e bambine. Era la Storia quella che stava accadendo davanti ai nostri occhi», scrive Davide Enia, drammaturgo, interprete e regista dello spettacolo tratto dal romanzo Appunti per un naufragio (Premio Mondello 2018).

Nell’arco degli anni Enia è tornato sull’isola, costruendo un dialogo continuo con i testimoni diretti di quei viaggi, che troppo spesso non arrivano a destinazione: pescatori, personale della Guardia Costiera, residenti, medici, volontari e sommozzatori. Le loro parole e i loro silenzi sono diventati un racconto: «Dalla registrazione delle loro voci sono emersi frammenti di storie dolorosissime eppure cariche di speranza. Le loro parole aprivano prospettive e celavano abissi», racconta ancora Enia.

Nella messa in scena si fondono diversi registri e linguaggi teatrali: gli antichi canti dei pescatori, intonati lungo le rotte tra Sicilia e Africa, e il cunto palermitano, sulle melodie a più voci che si intrecciano fino a diventare preghiere cariche di rabbia quando il mare ruggisce e nelle reti, assieme al pescato, si ritrovano i cadaveri di uomini, donne, bambini.


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