Blog - Don Virginio Colmegna

Disagio psichico: la cura della persona va affidata alla comunità territoriale

Il malato va supportato con una rete di servizi territoriali e con un’attività di prevenzione. È l’intera comunità che deve seguire, curare e accompagnare la persona. È così che si afferma la cultura della de-istituzionalizzazione.

I recenti, tragici, fatti di cronaca riportano all’attenzione generale il tema della cura e dei servizi per coloro che soffrono di problemi psichici. Ci è richiesta una riflessione profonda, che ancora una volta però non deve essere il pretesto per rimettere in discussione scelte e strategie, oggi invece più che mai importanti e decisive. Mi riferisco a quella cultura che ha portato al superamento dei luoghi di reclusione e all’affermazione della cosiddetta psichiatria di comunità.

Perché è questo che manca e che andrebbe fatto: riportare al centro la comunità, una comunità che segue, cura e accompagna la persona sofferente. Al malato non basta l’aiuto farmacologico, anche laddove sia necessario, ma va supportato con una rete di servizi, aperti 24 ore su 24. Occorre investire sulle sue capacità residue, coinvolgere tutti i soggetti presenti su un territorio in termini di solidarietà attiva. Soprattutto va fatta prevenzione per attivare quella capacità di saper cogliere l’insorgere di sintomi e di inserire in percorsi di cura. Una persona non è definita dalla sua malattia, ma vive dentro una comunità.

Vanno allora rilanciati la logica della de-istituzionalizzazione e la questione della salute mentale come un tema che riguarda tutta la società. Non si tratta semplicemente di avere luoghi di ricovero, ma di dare alla comunità la capacità di creare risposte di cura, utilizzando anche strumenti innovativi come il budget di salute. Senza un contesto attivo e solidale anche i servizi in sé fanno fatica e rischiano l’abbandono. Paradossalmente non è solo un problema di farmaci. E la parola comunità non va abusata in un’ottica di chiusura, di luogo riparato, ma va invece intesa come capacità di sprigionare relazioni e legami.

Ancora una volta dunque abbiamo bisogno di salute e non solo di sanità; abbiamo bisogno di politiche sociali che siano politiche di cura e di comunità perché solo così diventano anche politiche di sicurezza e di coesione sociale. Lo dobbiamo alle vittime e ai famigliari che soffrono.


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