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Volontariato: una riflessione di don Colmegna

Il compito del volontariato va ripensato in grande: non è solo protezione civile, beneficenza, piccoli gesti, ma deve essere anticipatore profetico di servizi e politiche sociali.

Questa riflessione fa parte del diario scritto da don Virginio Colmegna durante il lockdown tra marzo e maggio 2020. Il diario è diventato l’e-book “Oltre cinquanta gradini”, disponibile a questo link.

Sono più di quaranta giorni che ormai siamo in casa. Sono emersi in questo periodo tanti sentimenti di inquietudine, di dolore, ma anche tanti sentimenti di gioia, di amicizia, sentimenti dove anche io mi sono sentito volontario in pensione in un luogo dove ho avuto più tempo per pregare, cercare di contribuire da lontano. E ho ripensato anche al cammino di Casa della carità, il suo futuro. Ci eravamo lasciati con “Regaliamoci futuro”, adesso dico “Immaginiamoci futuro”. 

Ho sentito vibrare in me il tema del volontariato pensando anche agli altri volontari che sono in panchina come me
. Casa della carità si dice che abbia bisogno di ripartire dopo quello che sta succedendo. Dobbiamo ripensare profondamente a strutture organizzative con compiti precisi. In questa ripartenza generale non c’è solo la questione produttiva, ma anche quella di dar vita e di rendere significativi i cambiamenti, nella gravità dei problemi che incontreremo, valorizzando l’apporto anche ideale, etico, cultuale, operativo che il volontariato ha. Esso non è solo una protezione civile, non è solo un volontariato dei piccoli gesti, bisogna ripensare in grande anche il compito del volontariato. 

Un volontariato anticipatore

Allora mi è venuto in mente quando ero ancora a Sesto San Giovanni e, con don Luigi Ciotti, nell’ambito del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca) promuovemmo un convegno sul volontariato dal titolo “Cittadino volontario” proprio per evidenziare la richiesta di un volontariato non solo che aiutasse, non solo che facesse della beneficenza, ma un volontariato come partecipazione e anticipatore di processi sociali, di politiche di welfare. Il volontariato non può essere solo una componente organizzativa dell’impresa sociale, ma deve qualificarsi nella gratuità, non accanto o supplente dei servizi, ma anticipatore profetico dei servizi stessi. In fondo tutta la politica sulle dipendenze è nata da questa immissione di energia del volontariato; così come tutto il tema della pace, della non violenza, del servizio civile o nell’impegno nelle carceri e in tutti i luoghi di chiusura e contenimento: tutte realtà che ci hanno mobilitato in termini anche culturali e politici. 

Mai come in questo periodo quello stesso approccio diventa straordinariamente importante, decisivo direi. Perché avremo bisogno di affrontare la quotidianità della condivisione con la povertà, coi poveri che aumenteranno ovunque per una crisi che sarà traumatica soprattutto per le fasce più deboli della popolazione. Povertà che dunque si allargherà e incrocerà il bisogno di diverse politiche sulla casa, per un abitare anche diverso. Non ci saranno più i dormitori così come li abbiamo pensati, ci sarà bisogno di stare sulla strada a incontrare persone in difficoltà. Potremmo elencare tutte le crisi di carattere economico per evidenziare poi il bisogno che vinca questo sentimento di coesione sociale, di capitale sociale che il volontariato dà, che crea legami sociali. Quindi questo tema del volontariato non può essere assorbito in un’ottica di accompagnamento di servizi di gestione, ma deve recuperare la sua capacità innovativa insieme a tutto il patrimonio che produce. 

Una funzione innovativa

Bisognerà anticipare le politiche di welfare, che incrociano il tema della salute, che è fondamentale e che non può essere dimenticata perché la crisi che è venuta fuori fa intravedere la carenza di medicina del territorio e la carenza di una mobilitazione sociale sul territorio, nelle istituzioni locali. Il volontariato deve riprendere questa dinamica culturale. Anche l’Associazione volontari della Casa della carità, che è straordinaria, con tutti i suoi compiti, penso alle docce, all’ascolto, al guardaroba, alle cene, al corso di italiano, alla biblioteca, alla comunità Sostare, alla logistica, potremmo andare avanti e continuare, è portatrice di un tutto un patrimonio che va riletto come esperienza e immesso dentro nelle nuove realtà che avremo di fronte. Mantenendo in primo piano la funzione innovativa del volontariato, non quella riparativa. Dovremo individuare alcuni  settori più di altri dove esserci con quello spirito che ha voluto il cardinal Martini, che ci ha consegnato una mission molto impegnativa, quella di partire dagli “scarti”, gli ultimi della fila con competenza.

Dovremo ridare senso anche a una dimensione di spiritualità, al dialogo laico con i non credenti, facendo però un cammino fortemente segnato dalla domanda di senso. E dovremo immetterlo nella attività di volontariato per rispondere a questa domanda forte di comunione e di cittadinanza attiva. I diritti si sostengono se c’è una passione, tocca immettere passione solidale.

Questa riflessione fa parte del diario scritto da don Virginio Colmegna durante il lockdown tra marzo e maggio 2020. Il diario è diventato l’e-book “Oltre cinquanta gradini”, disponibile a questo link.

Nella foto in apertura, volontari e ospiti della Casa della Carità durante una partita a calcetto, nel maggio 2019.


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