Blog - Don Virginio Colmegna

Non separiamo i disabili dai “sani”, ma viviamo la condivisione della comunità

Le fragilità non si accantonano né vanno affrontate con un modello solo assistenzialistico.  La cura è nella comunità e nei legami: è da qui che deve partire il cambiamento culturale e l’affermazione dei diritti.

Nella mia vita ho sempre avuto un legame profondo con la disabilità incontrando le persone, guardando i loro volti, conoscendo le loro storie. E soprattutto condividendo con le famiglie il peso di subire un modello solo assistenzialistico, che li porta a essere compatiti invece di mettere in moto da lì, da quella condizione, una forte domanda di diritti. 

Una frase che mi è rimasta particolarmente impressa, dice: «Possiamo sapere ciò che hanno, ma non ciò che sono». Credo di aver imparato tantissimo da queste poche parole. Per questo la dimensione dell’ascolto diventa estremamente importante. Soprattutto in un periodo come questo. Non dimentichiamo, infatti, che il 15 per cento della popolazione mondiale affronta una qualche forma di disabilità. Anche l’Organizzazione mondiale della sanità richiama continuamente il superamento del modello assistenzialistico e dell’approccio solo medico per ribadire di farne una questione di rispetto della dignità e di affermazione dei diritti. 

Il virus contro cui stiamo combattendo ci ha resi tutti più fragili mettendo in crisi l’idea di onnipotenza e di una bellezza fondata su corpi che vengono quasi idolatrati, in un’ottica di consumo, come un qualsiasi prodotto di mercato. La pandemia ci ha messo di fronte alla nostra vulnerabilità facendoci rimettere in discussione tutti i nostri parametri. Ecco allora che dobbiamo fare i conti con la debolezza e cominciare a utilizzare un linguaggio nuovo, che nasce anzitutto dalla condivisione. Questo pezzo di popolazione, che definiamo genericamente disabili, non può  essere considerato una realtà a sé stante, quasi da mettere da parte e custodire anche se in forma protetta. Non si fanno gli “scatoloni” dei fragili, da lasciare con cura in archivio, per separarli da coloro che vengono ritenuti sani.

Dobbiamo sovvertire questo stato di cose dal punto di vista culturale – e spirituale, se volete – per sprigionare quell’energia politica di cui c’è bisogno per realizzare il superamento del modello assistenzialistico. Non possiamo accettare di considerare qualcuno alla stregua di un mezzo per fare del bene. Bisogna invece diventare silenziosi appartenenti a una dimensione nuova: quella della comunità, affermando il modello di piccole comunità di condivisione, in cui vivere legami, da cui promuovere diritti, dove c’è l’incontro con i famigliari. 

Ecco allora l’impegno per la moltiplicazione di queste realtà di costruzione di comunità, che abbiamo chiamato “Case della comunità“. Ecco allora l’impegno che stiamo portando avanti con SON, Speranza oltre noi, con la quale nel nostro piccolo stiamo vivendo l’esperienza di piccola comunità che non solo si prende cura, ma si adopera per un cambiamento culturale e per affermare dignità e diritti dei più fragili.

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